BETTER – PRIMA PARTE – DARIO CUSTAGLIOLA

NOTA DELL’AUTORE

Le vicende di questo libro hanno luogo nel 2015, quattro anni dopo gli eventi narrati nel mio primo libro, No Man (edito da Leone Editore).

Nonostante i due libri abbiano in comune personaggi e ambientazioni, è possibile leggere Better anche senza aver letto No Man o leggere quest’ultimo successivamente.

Ogni capitolo di questo libro ha il titolo di una canzone. Non sono semplici “colonne sonore” di accompagnamento, ma lo strumento per portarvi lì dove nessuna parola scritta potrà mai arrivare. Quando vedrete il simbolo [*], infilate le cuffie, alzate il volume al massimo, avviate la musica e solo allora continuate a leggere. E se le parole finiscono, lasciate che la musica continui.

Ogni somiglianza degli eventi narrati, dei personaggi e dei luoghi con la realtà è puramente [INSERT COIN TO CONTINUE]

PARTE PRIMA – SETTEMBRE 2015

Prologo

Town With No Cheer – Tom Waits

[*] Le portiere della volante si chiusero, ricomponendo le iniziali del Goodmorning Police Department sulla fiancata. Jackie Miller, detenuto 4582-A75, era seduto al centro del sedile posteriore, schiacciato tra due agenti. Erano quattro anni che non respirava l’aria della città e non l’avrebbe fatto nemmeno quella notte. I finestrini della volante erano chiusi e inferriati. L’auto si mosse lentamente, lasciando il penitenziario di St Joachin, e poi veloce lungo le strade di Goodmorning. Jackie Miller, detenuto 4582-A75, condannato alla pena capitale per duplice omicidio aggravato aveva smesso di sperare di rivederla e ora eccola lì. Oltre gli agenti ai suoi fianchi, tra le maglie della scacchiera di ferro, eccola lì, bella come la puttana che era: Goodmorning. Quella città non gli aveva dato che pugni nello stomaco, eppure in quei quattro anni, chiuso nella sua cella nel braccio della morte, quella stronza gli era mancata. Con le stronze, succede sempre così, che siano amanti, madri o città. La sedia elettrica al vecchio St Joachin aveva mandato tutti a quel paese dopo anni di onorato servizio, ma il suo culo bianco andava bruciato comunque, era da troppo che quella grigliata veniva rimandata. Trasferimento immediato all’Oswald State Penitentiary, duecento chilometri più a ovest. Ma di quei duecento chilometri, gli unici che per lui avevano senso erano i primi dieci, tra le strade di quella città maledetta: la cosa più simile alla vita che in fin dei conti gli fosse capitata; gli altri chilometri erano solo passi verso la sua morte. Gli avevano detto che in quegli anni, con la morte dell’Imperatore, era cambiato tutto. Eppure, a Jackie, quella città sembrò dannatamente uguale a quando se l’era fottuto per l’ultima volta. La volante sfrecciò nelle strade buie della città, accarezzandone il suo cuore nero: Nolan Park. Ogni angolo, ogni strada, ogni puttana, tossico, spacciatore e barbone aveva la sua storia da raccontare, ma Jackie non aveva orecchie per ascoltarle. Fuori da quel finestrino, non vedeva che pezzi del suo passato e si illudeva che la città, come lui, ci fosse rimasta intrappolata dentro. Una fumosa illusione, perché, di quelli come Jackie, quella città ne aveva da buttare e poco le importava se uno di loro finisse dietro le sbarre o al creatore. Gli avevano detto che tutto era cambiato dalla morte dell’Imperatore, e infatti lo era: la putrefazione di quella città era andata avanti, a ritmo serrato, e il cadavere puzzava più che mai. Jackie Miller era il passato: nuovi vermi, ora, si cibavano di quella carogna. Uno di loro guardava il buio fuori dalla finestra della sua casa, e poi guardava sua moglie col pancione stesa sul divano e si chiedeva come fare. Un altro, ancora una volta, rientrava strafatto a casa e leggeva la delusione negli occhi dell’unica persona che lo amasse e sentiva di non poterlo sopportare. C’era poi chi non riusciva a dormire, perché il silenzio faceva troppo rumore. E chi sognava la libertà e le mani le tremavano al pensiero del suo prezzo. C’era chi era lontano da quella città, ma il tanfo di quel cadavere arrivava sin lì. C’erano vermi nuovi, ma anche vecchi. Uno di loro aveva il cervello affogato nell’alcool e continuava a strisciare, notte dopo notte, su quella carcassa, illudendosi di andare avanti, e invece ci sprofondava dentro.

Che fossero nuovi o vecchi, erano vermi con una storia ancora da vivere. Jackie, invece, apparteneva al passato. E quella volante ce lo stava portando dritto dentro.

Jackie Miller

5 novembre 1982 – 26 settembre 2015

God’s Gonna Cut You Down – Johnny Cash

Deve migliorare il suo tempo, portare il chilometro a tre minuti e quarantacinque, quattro minuti al massimo. Terzo piano di un fatiscente condominio, alle sue spalle la porta del buco malandato che chiama casa. Due serrature, quattro mandate ognuna. [*] Infila le cuffie e il mondo intorno a lui è pervaso dal battere ritmico di mani. Johnny Cash gli dice con la sua voce intrisa di dolore che può correre, ed è ciò che fa. Scende i gradini a piccoli saltelli. Respiri profondi. Secondo piano. Primo piano. Respira ancora: aria e puzzo di piscio. Piano terra, c’è un uomo sdraiato nell’androne. Una macchia scura gli colora i jeans all’altezza del pacco. Una striscia dello stesso colore scende lungo la sua gamba, all’estremità ciondolano gocce di piscio. Christopher pensa alla serratura, a quanti giri di chiave ha dato. Pensa a quella casetta che ha visto la settimana scorsa, quella col giardino davanti e il parquet. Quella abbastanza lontana da quel posto di merda. Pensa a un marmocchio che ci gattona sopra. Per ora non ha il marmocchio, è in arrivo; non ha la casetta e non ha i soldi; ma li avrà, ne è convinto: tutto dipende dalla prova di domani, da quanto correrà. Sulle altre prove non lo fregano, ma sulla corsa possono fotterlo. Alza il volume. Go and tell that long tongue liar, go and tell that midnight rider, tell the rambler, the gambler, the back biter. Esce in strada, corre nell’aria pungente del mattino, le sue ginocchia vanno su e giù. Macina i primi cento metri, svolta l’angolo. I Cancelli, Goodmorning, East Side. Lì la notte è un inferno, e la mattina a quell’ora restano solo i diavoli più accaniti e quelli più affamati. Un nugolo di brevi strade che si incrociano e tagliano l’un l’altra, vicoli ciechi che spuntano sui loro lati come le spine di un cactus. Un gruppo di negri si affolla vicino a una parete, uno di loro lancia eccitato un paio di dadi. Due cubi bianchi macchiati di avide gocce nere. Rimbalzano contro la parete, rotolano a terra, tra verdi banconote spiegazzate. Occhi speranzosi, arrossati dal sonno e dal fumo, li inseguono. I dadi si fermano: due. Partono le bestemmie, tanto forti da superare la musica nelle sue orecchie: ci sono più fuck e god in quelle frasi che nel sogno bagnato di un prete pedofilo. Cash profetizza: God’s gonna cut ’em down. Corre, le sue ginocchia salgono e scendono veloci, più veloci, quel posto gli fa schifo, quella gente gli fa schifo, deve andare via di lì. Svolta l’angolo. Un tassista obeso tira fuori di peso dalla sua vettura gialla una vecchia spugna, il suo grosso pugno cala sul volto rugoso dell’uomo ai suoi piedi. Uno, due volte. Christopher si volta dall’altra parte e continua a correre. God’s gonna cut ’em down. Corre, corre veloce. Dall’altra parte del marciapiede, un tossico rinsecchito di vecchia data si gode l’incontro, mentre fuma un mozzicone raccolto chissà dove. La sua mano emaciata spunta fuori da un maglione troppo largo, sbrindellato e scolorito: trema mentre allontana il mozzicone dalle labbra spaccate dal freddo. Christopher corre, corre veloce. Il freddo gli graffia la pelle, lo stomaco gli si ritorce. God’s gonna cut ’em down. L’inferno prosegue. Strada dopo strada. Le braccia meccaniche di un furgone della nettezza urbana sollevano un bidone stracolmo, ne rovescia metà del contenuto a terra e va via. Un branco di cani randagi corre a contendersi il bottino: ha la meglio un barbone armato di un ombrello. Mangia veloce tutto ciò che può, prima che le bestie riprendano coraggio e tornino alla carica. God’s gonna cut ’em down. Butta fuori l’aria, la milza gli sta scoppiando, riprende fiato a grosse boccate e corre: Chris corre veloce. Si lascia dietro due negretti sbarbatelli con ancora solo acquaccia diafana nelle palle e criminali in erba già da un pezzo. Siedono ognuno a un lato della strada: gli ordini e gli incassi li sbriga uno, uno sguardo, un fischio e l’altro serve il cliente di turno. E Chris non può fare che correre: deve avere quella divisa. Corre, corre sempre più veloce: suo figlio non crescerà in quel dannato posto. E prima che la voce di Cash svanisca, preme un tasto e il brano riparte, perché ha bisogno di sentirselo dire: God’s gonna cut ’em down. E intanto corre, corre veloce, mentre il suo stomaco lo prende a pugni da dentro e qualcosa si arrampica su per la gola. Corre, corre veloce. Nuova strada. Una puttana nera come l’animo dei suoi clienti si accovaccia in un vicolo, la biancheria tirata giù fino alle caviglie, il piscio zampilla dalla sua fessura usurata, il ventre prominente di una vita che sta nascendo. God’s gonna cut ‘em down. E Chris corre, corre. Una donna arranca ingobbita, spingendo il suo carrello pieno di cianfrusaglie. La segue un bambino alto mezzo metro, col culo nudo e sporco di merda, nella fredda mattina di fine settembre. Sgambetta per un po’, si ferma esausto. Il culo gli brucia, lo gratta. Vuole un ciuccio, porta la mano alla bocca. Christopher chiude gli occhi e corre, corre veloce. God’s gonna cut ’em down. Lo spera, perché dal futuro quel bambino non avrà che altra merda. Corre, Chris corre veloce. Chiude gli occhi, ma il vento gli ricorda che il mondo non è scomparso. Il fiato gli manca, ma le gambe continuano ad andare su e giù, animate dal disgusto. Un negro lancia i dadi, un vecchio le prende, un tossico si consuma ad ogni istante che passa, un barbone lotta con i cani, due ragazzini crescono troppo in fretta all’angolo di una strada, piscio caldo sulla fredda strada, un bambino lecca la propria merda. God’s gonna cut ’em down. Chris corre, corre veloce, e il suo corpo cerca di fermarlo, contorcendogli le budella, togliendogli il fiato. Corre veloce, corre con gli occhi chiusi ma il mondo lo insegue. I dadi rimbalzano, un pugno fracassa un volto, labbra rinsecchite fumano una sigaretta, una faccia affonda tra il cibo scartato sparso sull’asfalto, gli occhi di due ragazzini scrutano la strada alla ricerca di clienti, una vita scalcia nell’illusione di essere pronta per questo mondo, piccole pallide labbra si contorcono. God’s gonna cut ’em down. E Chris corre, corre veloce e inciampa. Il volto contro il ruvido macadam. Negri. Cut’em down. Nocche di pugni che si spaccano. Cut’em down. Dita nodose intorno a un filtro marrone. Cut’em down. Uomini randagi che ringhiano come cani. Cut’em down. Occhi che hanno perso l’innocenza. Cut’em down. Ventri prominenti. Cut’em down. Bocche che assaggiano merda. Cut’em down. Chris prova a rialzarsi, fa leva sulle braccia. Il suo corpo gli ordina di stare giù. Una poltiglia giallognola irrompe dalle sue labbra. Il vomito rimbalza sull’asfalto, gocce ritornano sul suo volto. Le braccia cedono. Sguazza nel suo stesso vomito. Cut’em down.

Search and Destroy – Iggy Pop

James Rufini tastò l’occhio pesto… in fondo il conto non era stato tanto salato. Gli era andata bene: il tassista era un pachiderma mollacchioso che a stento riusciva a respirare due volte di seguito senza annaspare e i suoi pugni avevano la forza di una scoreggia, ne aveva presi di peggiori. L’aveva lasciato sfogare per un po’ sul suo brutto muso, dopodiché il muflone se n’era risalito sul suo taxi e se l’era filata, orgoglioso di sé ed eccitato per la storia che quella sera avrebbe raccontato al bar. Peccato che, nonostante le arterie cerebrali ingolfate dal lardo, la betoniera umana avesse intuito sin troppo presto che le tasche di Rufini erano vuote e l’aveva lasciato in culo al mondo. Jimmy si guardò intorno: degrado ovunque, almeno era ancora a Goodmorning. Ma dove? Il suo cervello galleggiava in un mare di birra e, prima che la marea alcolica si abbassasse abbastanza da permettergli di orientarsi, dovette gironzolare a vuoto per un po’. Era ai Cancelli, sette o otto chilometri lontano da casa. Si appoggiò a un lampione e vomitò. Aveva cinquantasette anni, una cirrosi epatica che bussava alla porta e beveva ogni sera come un camionista irlandese il giorno di San Patrizio. Vomitò anche l’anima, per l’occasione giallo-verde anziché nera, e riprese il cammino. Fece altre tre soste prima di raggiungere casa, due per pisciare e un’altra per vomitare ancora. Si ripromise di non bere mai più un goccio, mai più. “Giuro Mamma, non lo farò mai più” aveva detto a dodici anni, quando aveva dimenticato di chiudere la porta del cesso a chiave e la signora Rufini l’aveva beccato con il fringuellino stretto nel pugno: da allora, i “mai più” di Rufini erano durati in media quattro o cinque ore. Giunse al suo appartamento, un bilocale al terzo piano di un cupo palazzo marrone. Sulla porta d’ingresso, una targhetta che perdeva pezzi: “James Ruf ni – Private Eye”. Da quando aveva chiuso con la polizia, era diventato un investigatore privato: un parolone da cinema per uno che si guadagnava da vivere fotografando troiette in calore in squallide stanze di motel, per poi rivendere le foto ai mariti cornuti. Le cose non gli andavano un granché e quel bilocale aveva finito per fargli da agenzia e casa. Entrò dentro, barcollò fino al divano e ci cascò sopra. Un minuto dopo, un filo di saliva gli colava sul mento e un po’ di Zzzzzz Zzzzzzz Zzzzzzz vibravano nell’aria.

Prima di ogni altro pensiero, il suo cervello partorì una vagonata di bestemmie. Poi arrivarono le domande e infine le risposte. Non esiste altro ordine quando ti risvegli nella doccia, vestito, sotto un getto d’acqua gelida. E le tre facce che lo guardavano dall’alto in basso non aiutarono a fermare la raffica d’infrazioni del secondo comandamento.

Le tre facce gli sorrisero beffarde.

«Ah» fu tutto ciò che uscì dalla bocca di Rufini e l’istante dopo i tre erano chini su di lui. Lo afferrarono e lo tirarono fuori dalla doccia. Uno di fianco all’altro e Rufini di fronte a loro, gocciolante e scosso dai brividi, come un condannato dinanzi a un plotone d’esecuzione. Puntareeeeee, fuoco! Il pugno che gli arrivò nello stomaco gli tolse il fiato. I tre sghignazzarono nel vedere Rufini piegato in due.

«Buongiorno anche a te, Matt» tossì fuori Rufini.

«Jimmy, ne è passato di tempo. Ti presento due amici.»

Matt Krol. Per Rufini quel nome significava un mucchio di guai, undicimila cinquecento dollari di guai a voler essere precisi. La solita storia: tavoli verdi, stanze annebbiate dal fumo, finti amici che non vedono l’ora di fotterti, una mano sfortunata dietro l’altra e quando a fine serata arrivano finalmente carte degne di questo nome non sono altro che l’ennesima presa per il culo del destino. “Full di Re”, aveva dichiarato festoso qualche mese prima, seduto a un tavolo tondo addobbato di fiches. Ma un ebreo, con il culo grosso quanto l’intero tavolo da poker, gli aveva rapidamente tolto il sorriso con il suo full d’assi. Cinquemila dollari di debito con il banco, cresciuti nel giro di una settimana a sei, poi a sette e così via, fino a undicimila e cinquecento. Il banco si chiamava Matt Krol.

«Ci sono quasi, Krol. Dammi solo qualche altro giorno e avrò i tuoi soldi» assicurò Rufini, mentre si rimetteva dritto.

«Jimmy, non contarmi stronzate» Finta dolcezza nella voce. «I miei amici qui sono allergici alle stronzate, quando le sentono danno subito di matto, gli prudono le mani e… mi hai capito no?»

Rufini annuì, sforzandosi d’immaginare un modo per tirarsene fuori. Erano più di vent’anni che periodicamente si ritrovava in situazioni del genere e in un modo o nell’altro ne usciva sempre tutto intero, o quasi. «Davvero, Matt qualche giorno e…» Rufini inghiottì le parole. Uno dei due tirapiedi aveva estratto un coltello a serramanico. Con noncuranza, ne cacciò la lama.

«Come ti è andata ieri al tavolo di Persico?» chiese Krol, mettendo definitivamente fine al tentativo di Rufini.

«Persico?»

«Già, Persico… ho saputo che ieri ti sei presentato da lui con cinquemila carte, in contanti, e ti sei seduto a un suo tavolo.»

Quella storia gli era nuova: cinquemila dollari tutti insieme, uno sopra l’altro, forse non li aveva mai visti in vita sua. La sua mente mise indietro le lancette, percorrendo a ritroso gli eventi, finché non inciampò in un buco grosso quanto il grand canyon. La birra aveva cancellato la sera prima dal nastro di quel malandato e vecchio vhs che era il suo cervello.

«Togliti quella faccia, stronzo. Ora cominci a farmi girare i coglioni. Ieri sera avevi cinquemila dollari, dovevi alzare il culo e portarmeli. Ora voglio l’intera cifra più i soldi della benzina per venire fin qui: tredicimila in tutto. Li voglio ora, e se la benzina ti sembra andare cara prenditela con quei cazzo di arabi.»

Krol non scherzava. Era pronto a spingersi fino alla fine, il modo in cui aveva sputato fuori quelle parole lasciava pochi dubbi. E quei pochi dubbi andarono a farsi benedire quando l’altro scimmione scarrellò una semiautomatica. Rufini fece un passo indietro e piantò le spalle contro le mattonelle scolorite che risalivano lungo la parete del suo bagno.

«Krol, aspetta. Dammi tempo e sistemo tutto. Ce li ho i soldi, mi serve solo qualche giorno. Krol, ti prego.»

«Ne hai avuto fin troppo. Dove sono i miei soldi?»

Rufini non rispose.

«Dove cazzo sono i miei soldi?» urlò Krol, con tutto il fiato che aveva i polmoni.

«Non ce li ho. Non ce li ho, ma…» Rufini si ritrovò una mano stretta intorno al collo e la pistola tra i denti. Chiuse gli occhi, certo che non li avrebbe più riaperti. Cuore, corpo e vescica erano fuori controllo: battiti accelerati, un brivido dopo l’altro, il puzzo di piscio che riempiva la stanza.

«Ce l’hai ancora qualche contatto in polizia?» La voce di Krol era piatta.

Rufini riaprì gli occhi. La pistola era ancora lì nella sua bocca e l’altro energumeno stringeva ancora il suo grosso coltello. Ma questa volta c’era anche una possibilità di uscirsene sulle proprie gambe da quel cesso. La sua occasione era immortalata in una fotografia, che risplendeva sul grosso schermo retroilluminato di uno smartphone. Volto scarno, sguardo distante, denti consumati: negli anni ne aveva visti a centinaia di tossici ridotti in quel modo. Rufini annuì.

«Ho una targa e mi serve un’auto che oramai ha già fatto un bel po’ di chilometri. Sei in grado di trovarmela?» Search

Rufini mugugnò un sì, con la canna della pistola fra i denti.

«E sei capace di far fuori l’uomo che ci troverai dentro?» And Destroy

Rufini annuì ancora. Sulle sue spalle non spuntarono né angioletti né diavoletti a contendersi la sua anima: la verità è che le questioni morali vanno a farsi fottere quando hai una pistola in bocca e, con la giusta dose di paura addosso, un uomo si chiaverebbe anche la propria madre. Non ci pensò nemmeno mezzo istante, pur di tirarsi fuori da quella situazione, avrebbe promesso e fatto qualsiasi cosa.

«Fammi questo lavoro e siamo pari» Un cenno della testa di Krol ordinò al suo uomo di rimettersi la pistola in tasca. Gli lasciarono un foglio con su scritto numero di targa, modello e colore di un auto, un foglio A4 con stampata sopra la foto del tossico e poi andarono via, senza troppi convenevoli, con la promessa che gli avrebbero tenuto gli occhi addosso e il consiglio di non perdere tempo.

Rufini seguì il loro consiglio: inghiottì del caffè del giorno prima, rificcò la testa sotto la doccia per un minuto, si menò qualche schiaffo in faccia, un paio per lato, senza risparmiarsi in quanto a forza e si fece una sega, immaginandosi un pupa a gambe aperte nella macchia di muffa che cresceva nell’angolo in alto del cesso. Dopo quel trattamento antisbronza, che gli era costato anni di pratica e sperimentazioni, provò a far funzionare la mente. Tracciò un quadro della situazione. Non era un lavoro da affidare al primo eroinomane ansioso di guadagnarsi cinquanta bigliettoni. Ci volevano i contatti giusti per il lavoro di ricerca e qualcuno fuori dal giro, il cui volto non portasse scritto sopra Matt Krol. Ciò voleva dire che il ragazzo nella foto era più di un tossico qualsiasi. Ma undicimila e cinquecento dollari sarebbero stati comunque troppo per una testa: più probabile che alla fine della faccenda si sarebbe ritrovato con le mani sporche di sangue e anche lui un proiettile nella tempia con la firma di Matt Krol. Non poteva nemmeno sapere se fosse l’unico ad essere stato messo sulle tracce dello schizzo nella foto. Ad ogni modo, non è che avesse tante scelte: la giornata ti va male per un paio di minuti e ti ci ritrovi dentro, tutto qui. Il mal di testa non gli dava pace. Si sdraiò e chiuse gli occhi, cercando di ricordare qualcosa sulla sera prima, in particolare quei cinquemila dollari. Ma il sonno arrivò prima dei ricordi.

Quando si risvegliò erano le tre del pomeriggio. Butto giù altro caffè e scese in strada. Il sonno gli aveva portato consigli: ricordava almeno dove aveva lasciato l’auto. C’erano però quattro chilometri tra lui e il suo catorcio, parcheggiato sotto casa di Sandy. Sandy Mendis, la cosa più vicina a una relazione che Rufini avesse avuto negli ultimi trent’anni. Scopavano. Talvolta, parlavano pure… parlare, parlare con Sandy era una parola grossa. Al liceo era stata una reginetta, tutta tette, culo e poco cervello. Poi gli anni erano passati, il culo era debordato, la taglia dei pantaloni era salita di una decina di punti e le tette le si erano afflosciate. Era pur sempre una reginetta però, e Rufini da ragazzo aveva sempre sognato di farsene una. Coronava, così, tre o quattro volte a settimana uno dei sogni della sua vita. Senza impegni, senza reciprochi doveri. Quando gli andava, passava da lei e scopavano fino allo sfinimento, e di solito era Rufini ad alzare bandiera bianca. Sandy a letto aveva la forza dell’uragano di cui portava il nome. Amava il sesso, amava spingersi oltre e starle dietro non era sempre facile. Quel poco di paesaggio cerebrale che Sandy si ritrovava, Rufini se lo immaginava come il Monte Lee a Los Angeles, dominato da una grossa scritta bianca a caratteri cubitali: SESSO. Il sesso era la sua risposta a tutto. L’ex marito l’aveva lasciata per una sgualdrinella di vent’anni più giovane e le pagava gli alimenti un mese sì e quattro no? SESSO. Il suo unico figlio la trattava come una decerebrata? SESSO. Gli anni migliori della sua vita erano passati così rapidi che a stento se ne era resa conto, futilmente e più vuoti del suo cervello? SESSO, SESSO, SESSO. Se avesse avuto appena qualche punto QI in più, giusto quella manciata per far parte degli esseri senzienti, si sarebbe accorta di quanto la sua vita fosse insulsa e avrebbe avuto diverse domande a spasso nel suo cervello e un cappio intorno al collo. Per fortuna di Rufini non era così: a cinquantasette anni, un divorzio sulle spalle, una figlia che si era da tempo dimenticata di lui e un lavoro di merda che lo lasciava sempre in bolletta, Jimmy non voleva altro che un buco accogliente in cui il suo uccello potesse fare il nido e due labbra carnose che parlassero poco e succhiassero molto. Sesso, what else? Il sogno di ogni cinquantenne a cui gli si drizza ancora.

Quattro chilometri a piedi sono lunghi per uno che tira avanti a Crispy McBacon, fa fuori trenta sigarette al giorno e si scola più birre di quanta se ne possa permettere. Per strada, fece un colpo di telefono a uno di quei contatti della polizia che gli avevano temporaneamente salvato la vita da Krol e i suoi due amichetti.

«Ehi, vecchio! Come te la passi?» gli rispose l’agente Tobias Warner dall’altro capo del telefono, riconoscendo all’istante il numero di Rufini che in passato aveva composto mille volte.

«Come un negro frocio alla festa dell’orgoglio bianco: mazzate e inculate da tutte le parti.»

«Stai invecchiando davvero, Jimmy. Questa me l’hai già detta l’altra volta.»

«E quella del verginello e dell’obesa?»

«Me l’hai già detta anche quella. Arrenditi, oramai due emorroidi su per il culo sono più simpatiche di te. Non farmi perdere altro tempo, che piacere ti serve questa volta?»

«E chi ha parlato di piaceri?»

«E allora perché mi chiami?»

«Per un piacere.»

«Appunto.»

«Il solito numero di targa.»

«Il solito cornuto?»

«Esatto. 2228-GM.»

«Un paio d’ore e ti richiamo. Oh, sono un amico, ma non è gratis.»

«Sì, un amico: quanto Giuda e trenta carte»

«Altro che trenta, c’è l’inflazione, mettici un uno davanti.»

«E tu levaci uno zero» Rufini riagganciò. Continuò a camminare diretto verso casa di Sandy e quando una ventenne con il culo sodo e sporgente, stretto in un leggins attillatissimo, gli si parò dinanzi, sentì che la sua giornata cominciava ad andare per il verso giusto. Tenne gli occhi incollati su quella meraviglia per un po’, camminando avanti per inerzia, finché non arrivò a destinazione. Citofonò e salì al settimo piano. La porta era socchiusa, la aprì senza bussare. [*] Un posacenere volò attraverso la stanza e si schiantò a dieci centimetri dalla sua testa. Rufini richiuse la porta e vi si riparò dietro.

«Ma che cazzo?»

La riaprì con prudenza, quel tanto che bastava per dare un’occhiata dentro: Sandy era all’altro della stanza, armata di una pila di piatti e una abat-jour a portata di mano. Gli lanciò contro un piatto, come a dirgli che sapeva che la stava spiando. Si schiantò contro la porta.

«Stronzo, bastardo, figlio di puttana, ridammeli!» Un secondo piatto andò a far compagnia ai cocci del primo sul pavimento.

«Che cazzo ti prende, puttana?»

«Lo so che sei stato tu, ridammeli» Ancora un piatto. Ancora uno schianto.

Rufini non sapeva di cosa diamine stesse parlando. L’avrebbe lasciata lì, con la sua isteria da soap opera, ma le chiavi della sua auto erano in quell’appartamento. Abbassò la testa in avanti, si portò il braccio sinistro all’altezza della fronte e caricò, spalancando la porta con un calcio: a grandi passi fino all’altro capo del salone. Un piatto volò seguendo una rotta totalmente sbagliata, un altro lo prese al ginocchio estorcendogli un “cristo bastardo”, e l’abat-jour lo prese nello stomaco, cavandogli un “puttana troia”. Quando arrivarono al corpo a corpo, Sandy prese a mulinare deboli schiaffi, puntando per lo più con le lunghe unghie impiastricciate di smalto da quattro soldi a cavargli gli occhi. Jimmy le prese i polsi e la spinse contro il muro. Muso contro muso. Rufini sputò fuori le sue domande.

«Si può sapere che cazzo ti è preso?» Le sue mani strette intorno ai polsi di lei.

«Lo so che sei stato tu, stronzo!»

«Di che cazzo stai parlando?»

«I gioielli, i gioielli! L’hai presi tu!»

Rufini ripensò ai cinquemila dollari di cui aveva parlato Kros. L’alcol aveva cancellato anche quella storia dei gioielli, ma la cosa non gli sembrò improbabile. Mollò per un attimo la presa, inseguendo i suoi pensieri. Pagò la distrazione con una ginocchiata nelle palle. Occhio per occhio, gioielli per gioielli. Bestemmiò, piegato in due, con lo scroto stretto tra le mani. Quel giorno non faceva altro che prenderle. Sandy gli tirò un ceffone. Rufini lo bloccò al volo e le rigirò il braccio. Il donnone si ritrovò voltato e schiacciato con il viso contro il muro, il braccio dietro la schiena, il corpo di Rufini premuto contro il suo, la testa di lui sopra la sua spalla destra, i loro aliti che si intrecciavano. Rufini sentì le curve abbondanti di lei agitarsi nel tentativo di liberarsi. Un pensiero: a Sandy piace fallo forte. Non mollò la presa. La mano libera andò giù, a sbottonare la patta. Lo fecero lì, in piedi contro il muro. Un breve monologo sessuale di appena otto secondi, in cui Rufini grugnì come un maiale nel fango messo all’ingrasso e Sandy non riuscì nemmeno a dirgli la sua frase magica con cui apriva ogni rapporto “oh, tesoro”. Sandy si liberò di Rufini, delusa dalla rapidità del rapporto, ma per il momento dimentica dei gioielli. Il sesso, anche così breve, anche così squallido, aveva il potere salvifico di svuotarle la mente. Andò alla toilette per darsi una sistemata. Rufini cercò le chiavi della sua auto, una stanza dopo l’altra: le trovò sul tavolo della cucina, di fianco alla borsa di Sandy. Quando la donna tornò, trovò il portafogli sul tavolo: non poté dire altrettanto dei cinquantacinque dollari c’aveva lasciato dentro. La porta d’ingresso era spalancata, lasciata aperta nella fretta di fuggire. Corse giù per le scale, poi in strada, vide il catorcio del bastardo allontanarsi all’orizzonte, troppo veloce per le sue gambe sovrappeso, ma non abbastanza da seminare le sue maledizioni.

Jimmy sapeva di averle fatto una carognata, ma ogni rimorso passò nel giro di pochi minuti. In fin dei conti quella donna, come tutto il resto di quel che lo circondava, contava poco o nulla per lui e i morsi della fame avevano più presa di quelli della coscienza. La sua vecchia Benz W140 lo scarrozzò da Ahmed, un arabo che cucinava costolette di maiale ad ogni ora del giorno. Erano talmente buone che avrebbero fatto leccare i baffi ad Allah in persona: settantadue verginelle a cosce aperte sulle soffici nuvolette del paradiso non valevano quanto una sola di quelle bistecche in terra. Rufini ne ingurgitò tre di fila, versandoci sopra un fiume di salsa barbecue, spianando la strada all’ostruzione arteriosa che probabilmente di lì a una decina d’anni se lo sarebbe portato via. Desiderava morire con lo stomaco pieno di maiale: cetrioli e zucchine non avevano mai fatto per lui, li lasciava volentieri a vegani e froci, due categorie che nella sua visione del mondo bene o male corrispondevano. Diede ad Ahmed quel che gli spettava e, come tutte le volte che lo salutava, gli raccomandò di non far saltare in aria la città finché ci fosse anche lui da quelle parti.

Uscì dal locale e si infilò in macchina. Il cellulare squillò non appena chiuse la portiera. Sul display c’era il nome di Tobias Warner.

«Che hai da raccontarmi?»

«Il solito cornuto, eh?»

«Esatto.»

«Altro che solito cornuto, la tua targa scotta.»

«Tanto da bruciarmi?»

«Questo dipende da te.»

«Allora, chi devo ammazzare per avere un nome?»

«È intestata a Eleonore McCrea, ti dice niente?»

«Dovrebbe?»

«Cristo santo, Jimmy. Ce l’hai una cazzo di tv? Accendila. È la moglie del consigliere Capullo.»

«E allora?»

«Stamattina l’hanno fatta fuori. Furto in casa, i vicini parlano di tre o quattro neri. Soffocata. Il marito l’hanno interrogato qualche ora fa e non ha fatto cenno a nessuna automobile sparita. Quando sono andato a controllare la targa, però, è uscito fuori che un autovelox l’ha beccata all’imbocco della 14.»

«A che ora?»

«Poco dopo le undici. Il consigliere aveva chiamato un’ambulanza giusto qualche minuto prima da casa sua. Vecchio, che devi farci con quel numero di targa?»

«Bachman e Captain America.»

«Eh?»

«Segnati questi due nomi. Sono cavalli. Tra dieci giorni ci sarà una corsa: è truccata. Piazza il tris che ti dico e diventi ricco.»

«Manca un nome.»

«Dimentica questa storia, non farne parola con nessuno, e lo avrai tra dieci giorni.»

«Jimmy, stai attento.»

Rufini riagganciò. Nell’ultima frase di Warner c’era preoccupazione, ma forse temeva solo per il suo tris. Se l’era inventata di sana pianta la storia dei cavalli, l’importante era guadagnarci una decina di giorni di tempo. I pezzi cominciavano a incastrarsi, iniziava a capire. Quella in cui era stato coinvolto era una caccia all’uomo e con ogni probabilità lui non era l’unico segugio. Il consigliere aveva mentito, aveva montato la storia dei neri e aveva taciuto il furto dell’auto: il bastardo che gli aveva fatto fuori la moglie e non lo voleva dietro le sbarre, non voleva ritrovarselo per anni al banco degli imputati, lo voleva morto e lo voleva subito. Aveva dunque sviato la polizia e affidato la faccenda a chi i morti li faceva per mestiere. Kros era uno di loro. Kros lo teneva per le palle. O trovava quell’uomo prima degli altri o non avrebbe mai spento la cinquantottesima candelina sulla torta.

Sotto il sedile dell’auto aveva un vecchio stradario consumato dall’uso. Nel cruscotto un pennarello. L’autostrada 14 attraversava il paese per miglia e miglia, fino alla California, facendo la corte a centinaia di città: una volta imboccata era praticamente impossibile farsi scovare. Ma la sua preda era un tossico e un tossico prima o poi ha bisogno di farsi. Per com’era ridotto, il tipo nella foto era uno di quelli che campa alla giornata, non resiste più di due giorni senza un ago e a stento riesce a comprarsi la dose che gli serve al momento. Sottolineò i nomi delle città in cui un’auto di grossa cilindrata, come quella che gli interessava, potesse arrivare in meno di due giorni. Poi restrinse la ricerca: tra le sottolineate, cerchiò quelle dov’era più facile reperire una dose, dove esistevano interi quartieri in cui si vendeva più o meno alla luce del sole, dove anche un forestiero non avrebbe avuto difficoltà a trovarla. Ne cerchiò nove. Probabilmente il suo uomo aveva grattato un bel po’ di roba da quella casa: quanto prima si sarebbe fermato in un posto e fatto scorta anche per i giorni successivi, per non doversi fermare ancora. Sotto il suo culo, inoltre, aveva una macchina costosa di cui conveniva liberarsi quanto prima, e per farlo alla svelta il modo migliore era venderla a pezzi. Google: delle nove città cerchiate, ne segnò quattro con una X, per indicare quelle che avevano uno sfasciacarrozze. Red Pine era la città più vicina, appena sessanta chilometri da Goodmorning. Valeva la pena farci un salto. Tentare la fortuna.

Quella bastarda.

Continua…

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Questo romanzo si compone di sei parti.

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L’AUTORE

Dario Custagliola (1989) nel 2016 ha scritto il suo primo libro, No Man, edito da Leone Editore. Nello stesso anno, ha pubblicato un saggio storico sui Nativi Americani, sulla rivista di studi storici Meridione.
Nel 2017, un suo racconto, intitolato
He Died with his Boots On, è arrivato finalista al premio La venticinquesima ora della scuola di scrittura Belleville.
Nel 2018, ha pubblicato con Ehm Autoproduzioni il suo primo fumetto
Wake Up, in versione webcomic e cartacea, vincitore del “Premio Audace 2019” nella categoria miglior webcomic ed è stato candidato al “Premio Boscarato 2019” del Treviso Comicbook Festival.
Nel 2019, ancora una volta con Ehm Autoproduzioni, ha pubblicato il fumetto Frikis. Con questo fumetto ha vinto il premio “Andrea Pazienza 2019” nella categoria miglior webcomic, il “Premio Audace 2020” nella categoria fumetto rivelazione ed è stato candidato al “Premio Boscarato 2019”.
Nel 2019, infine, ha pubblicato “Better” con Resh Stories.
Dal 2012 al 2019, ha collaborato con il sito Lo Spazio Bianco.