Envy – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

 

Prologo

 

C’era una volta, nel lontano regno di Zafaran, un’enorme e antichissima arena.

Sorgeva al centro di una vallata fertile, immersa nel verde delle montagne, e aveva spalti che superavano in altezza il più grosso dei giganti, e un terreno ovale di sabbia talmente vasto da poter contenere il più lungo dei serpenti leggendari. Era stata costruita dai Nani, migliaia di anni prima: per secoli ne avevano fatto un luogo di svago, ospitando rappresentazioni teatrali, balli e feste popolari, e grazie alla loro maestria nell’arte della fabbricazione, le avevano permesso di sopravvivere agilmente allo scorrere del tempo.

I Nani erano notoriamente consacrati alla buona custodia di tutte le loro opere, ma con l’ascesa inarrestabile degli Umani, decisero a malincuore di cedere l’arena proprio a questi ultimi.

«Se la prenderanno comunque», bofonchiavano. «Tanto vale approfittarne», si convincevano.

E così, intascato l’oro, si rintanarono in un luogo segreto all’interno della catena montuosa, generando storie e dicerie sulla loro misantropia e sull’esatta collocazione del loro tesoro.

Da allora, molte epoche erano passate.

Gli Umani, che sulle prime utilizzarono l’arena per far combattere i propri guerrieri in scontri mortali, spinti dalla sete di sangue e di violenza, abbandonarono a poco a poco le loro usanze cruente, finendo con l’usufruire dell’impianto come sede per le gare d’ippica alata più importanti del Continente. L’avevano trasformata, di fatto, in un grosso ippodromo: sulla pista, piantati nella sabbia, vi erano pali alti e robusti, ognuno dei quali sorreggeva un anello di ferro molto largo che delineava il percorso effettuato dai cavalli; sotto gli anelli, era collocata la rete che avrebbe attutito la caduta dei fantini casomai fossero stati sbalzati via dal proprio destriero durante il volo, e sugli spalti, ben distribuiti, erano stati installati i banchi nei quali gli allibratori al servizio del regno accoglievano le scommesse piazzate dagli spettatori.

In breve tempo, l’ippica alata era diventata popolarissima. Il suo apice era rappresentato dalla Corsa delle Grandi Piume, nella quale i migliori cavalli alati, con in groppa altrettanto abili fantini, si sfidavano all’ultimo battito d’ali per aggiudicarsi il titolo di campione continentale.

La Corsa era biennale, organizzata a turno da tre regni: Zafaran, Rugasia e Tals. Essendo stata concepita a Zafaran, gli abitanti di questo regno erano quelli dal tifo più focoso e così, quando ogni sei anni il trofeo della Piuma d’Oro tornava a casa, i reali zafaraniani collocavano la Corsa negli ultimi giorni di Agosto, in concomitanza con la festa di chiusura della Fiera estiva del Serpente. Qui, commercianti locali e stranieri si recavano per esporre una grande varietà di prodotti, e tra una compera di una lince bianca dai denti aguzzi, un assaggio di focaccia all’ultraformaggio e un acquisto di pozione ringiovanente delle Baie di Tals, la folla di avventori si barcamenava alla ricerca dell’ultimo biglietto per assistere alla gara.

La tradizione andava avanti ormai da tempo, e fu in occasione della settantesima edizione della Corsa, svoltasi proprio a Zafaran, che accadde qualcosa di unico, che cambiò per sempre la storia di quello sport.

Tutto accadde quando, tra le migliaia di persone che avevano preso parte alla Fiera, il fato s’interessò alla vita di una in particolare, cominciando a guidarne i passi: si chiamava Bogor, ed era un fantino in pensione.

Bogor viveva con i suoi figli Mafrik e Liam in una piccola casa alla periferia della capitale. Entrambi avevano ereditato da lui i capelli ramati, la pelle chiara e le lentiggini sul viso, ma ancor più importante, erano grandi appassionati d’ippica alata. Fin dalla tenerissima età, Bogor li rimpinzava di racconti su quando era un fantino giovane e vigoroso, e ogni volta che l’argomento cadeva sul fatto che non era mai riuscito a entrare nelle selezioni per partecipare a una singola Corsa, giustificava il tutto dicendo che ciò che gli era mancato erano le giuste conoscenze, e nient’altro. Così, dopo oltre vent’anni di aspettative disilluse e sogni di gloria infranti, Bogor aveva chiuso la sua modesta carriera per badare ai figli, crescendoli nel segno della sua grande passione.

A undici anni, Mafrik già si allenava presso una scuola di equitazione magica con buoni risultati, mentre Liam, di soli sei, conosceva a menadito ogni nozione sulle varie razze di cavalli alati, ancora troppo piccolo per far pratica. Un giorno, mentre i tre pranzavano come di consueto, con il padre seduto a capotavola, i figli su ciascuno dei lati e l’altro capo del tavolo apparecchiato ma vuoto, udirono un gran baccano di cornamuse e grida provenire dalla strada. Uscirono, restando appena oltre la porta di casa, e videro un gruppetto di musici e strilloni intenti a darsi alla sarabanda. Erano cominciate le mobilitazioni per la Fiera estiva del Serpente, e ancor più importante, il regno voleva annunciare al popolo che Tantan lo stallone era diventato padre, e che uno dei suoi puledri sarebbe stato messo in palio alla lotteria in occasione della finale della Corsa. Appresa la notizia, Bogor rientrò alla svelta in casa, racimolando buona parte dei suoi risparmi, e corse subito in strada per acquistare tre biglietti. Non c’era nessuno come Tantan, lui lo sapeva bene!

Con grandi speranze, quattro mesi dopo, i tre sedevano infine tra gli spalti dell’ippodromo.

Quel giorno, il favorito per la vittoria finale era – nemmeno a dirlo – Tantan.

Quel cavallo era forte, più grosso della media, con una folta criniera nera e il pelo grigio topo, e con l’apertura alare più larga tra tutti i partecipanti alla Corsa. Da quando aveva fatto il suo esordio, aveva dominato ogni gara alla quale aveva preso parte, lasciando che gli altri cavalli vedessero nient’altro che la sua coda svolazzante fuggire via, irraggiungibile. E in quell’occasione, il grande destriero non fu da meno, superando addirittura le aspettative: sotto gli occhi attoniti del pubblico, lui e il suo fantino volarono talmente veloci da ritrovarsi a metà gara alle spalle dei loro avversari, in procinto di doppiarli.

Mafrik ne restò estasiato.

«È incredibile! È davvero il numero uno» esclamò.

«Lo so, è grandioso» gli sorrise Bogor. «Pensa che una volta, con il mio Juller…»

«L’hai quasi battuto» lo interruppe Mafrik, sorridendo con tono canzonatorio. «Solo tre secondi di scarto! Ce l’hai già detto! Vero, Liam?»

Il padre aveva raccontato quella storia decine di volte, ma non poteva fare a meno di ripeterla sempre come se fosse la prima, sorprendendosi e compiacendosi del suo stesso risultato. «Erano i miei momenti» sospirò, in un’espressione che dall’orgoglio sfociava troppo spesso, e rapidamente, nella malinconia.

Dal suo posto, Liam li ascoltava senza particolare interesse: aveva tra le mani un modellino in legno di cavallo alato, che gli aveva regalato la madre, e lo sollevava frapponendolo tra sé e la pista, in modo che questo volasse appaiato a Tantan. Quando quest’ultimo tagliò il traguardo, un attimo prima che lo facesse il cavallino di legno, Liam vide la sua corsa immaginaria interrompersi bruscamente. D’improvviso, la folla era tutta in piedi, e la schiena imponente dell’uomo di mezza età che era seduto nella fila anteriore gli si era parata davanti, impedendogli la vista. Guardò alla sua destra, e vide che anche il padre s’era alzato in piedi. Mafrik, invece, era stato più furbo di lui, ed era salito sulla gradinata dove prima era seduto. Liam lo imitò, e finalmente riuscì a guadagnare uno scorcio laterale della pista, mentre con le punte cercava di sollevarsi ulteriormente per individuare Tantan e riprendere a giocare.

Non fece in tempo, che una voce femminile, dolce e armoniosa, risuonò attraverso un cono di Perp.

«Popolo di Zafaran!»

Era l’ambasciatrice allo Sport del paese, la signorina Neblatheve. Omaggiò la presenza dei propri reali, e di quelli venuti da Rugasia e Tals, elencandone gli innumerevoli titoli nobiliari, e allietò il pubblico con un breve canto a cappella. Dopodiché, ricevette e consegnò la Piuma d’Oro a Kantai, lo storico fantino di Tantan, e lo invitò a estrarre il numero fortunato che avrebbe assegnato il suo puledro a un nuovo padrone. Il piccolo uomo estrasse il foglietto e lo lesse, mostrandolo in modo scherzoso prima a Tantan, per averne l’approvazione. Il pubblico rise, ma quando il fantino avvicinò la bocca al cono di Perp, l’intero ippodromo fu avvolto da un silenzio surreale.

«Numero 377.»

Liam sussultò.

Kantai aveva pronunciato il suo numero, ne era certo! Ripose per terra il suo cavallino in legno, e si affrettò a prendere il biglietto che il padre aveva riposto nella tasca della sua sacca, rischiando quasi di strapparlo per l’emozione. Lesse il numero: 376. Lo rilesse, ed era ancora 376. Fu una delusione enorme. Alzò lo sguardo mogio verso Bogor, cercando d’essere rincuorato, e lo vide abbracciato a Mafrik, che aveva le braccia rivolte al cielo e le lacrime agli occhi.

«È il mio! È il mio!» urlava il ragazzino con una gioia irrefrenabile, sollevato dal padre che lo stringeva forte a sé. Liam allora si ridestò, e cercò di aggregarsi all’abbraccio di famiglia, ma l’euforia dei due fece sì che ne restasse quasi del tutto escluso, le menti abbagliate dalle circostanze.

Mafrik venne invitato da Neblatheve a raggiungere il puledro e Tantan al centro della pista, e Bogor s’incamminò subito dietro di lui dimenticando per un attimo di afferrare Liam. Gli tese poi la mano, nel trambusto della folla che si accalcava su di loro, e si trascinò faticosamente fino a bordopista, tenendo per tutto il tempo gli occhi fissi su Mafrik davanti a sé, per paura che qualcuno danneggiasse o rubasse il suo biglietto. Giunti alla fine della gradinata, dopo aver sgomitato tra la calca, padre e figlio sentirono sotto di loro la sabbia, quindi Bogor diede un colpetto a Mafrik per incitarlo ad andare a ricevere il suo premio.

«Ti chiamerò Momo! Sei proprio un bel cavallino, proprio bello!» lo accarezzava, prendendo confidenza con il puledro sotto lo sguardo vigile di Tantan.

Bogor era felicissimo. Suo figlio poteva diventare un campione, e ottenere risultati insperati! Se Momo avesse ereditato la metà della forza del padre, pensava, niente avrebbe potuto più fermarlo. Fantasticava già su ciò che avrebbe potuto fare da quel momento in poi, e si voltò verso Liam per coinvolgerlo nei suoi piani.

Si accorse di tenere la mano a una bambina spaventata, in lacrime per essere stata strattonata tanto a lungo, e la lasciò immediatamente, permettendole di fuggire. Dopo qualche minuto, vide comparire il figlio tra la folla, scuro in volto.

Il bambino aveva lasciato la mano del padre per andare a raccogliere il suo cavallino, e quando s’era girato non aveva trovato né lui né suo fratello.

Li aveva visti camminare in mezzo alla folla qualche fila più in basso, in compagnia di una bambina sconosciuta, e aveva deciso di raggiungerli.

S’era sentito solo.

Il padre lo chiamò a sé, ma Liam non si mosse di un singolo passo.

 

Capitolo I

 

Askin sfrecciava a gran velocità, in testa alla gara.

La semifinale dell’ottantaduesima edizione della Corsa delle Grandi Piume stava volgendo al termine, e davanti a un pubblico in visibilio Liam cavalcava il suo destriero con maestria. Aveva messo subito in chiaro il vigore delle sue motivazioni, librandosi in volo con impazienza e scattando verso l’anello della partenza, in attesa del fischio dell’arbitro. Per qualche centinaio di metri, a inizio gara, aveva combattuto testa a testa con i suoi avversari, rischiando a più riprese un impatto violento con i loro cavalli, ma la sua determinazione li aveva intimoriti, e gli aveva permesso di guadagnare alla svelta la prima posizione, che adesso consolidava con un andamento spedito lasciando dietro di sé piume rosse.

Non avrebbe permesso a nessuno di ostacolarlo: Mafrik aveva già conquistato l’accesso alla finalissima, quella mattina, e l’occasione di poterlo affrontare un’ultima volta prima del suo ritiro era troppo ghiotta per non essere colta. La storia della loro rivalità era stata sempre la stessa, con Mafrik a macinare vittorie in sella al suo Momo e Liam a raccoglierne le briciole, nonostante le ottime doti. Per questo, quando Mafrik aveva annunciato il suo ritiro dal mondo dell’ippica alata, dopo aver vinto cinque Piume d’oro consecutive, il fratello minore ne era rimasto scioccato, alimentando ancor di più il suo desiderio di batterlo almeno una volta, dopo tre volte in cui s’era dovuto accontentare del secondo posto.

A beneficiare dei loro successi, ovviamente, era Bogor: la sua prole gli aveva permesso di fondare una scuderia propria, e di elevarla subito ai massimi livelli della competizione. Dopo il trasferimento in una nuova casa, i successi iniziali di Mafrik avevano arricchito così tanto la famiglia da permetterle di procurarsi subito un altro puledro promettente, Askin, da assegnare a Liam.

La rivalità tra i due era ruvida, spigolosa, con il culmine che era stato raggiunto nella precedente edizione della Corsa, tra le più avvincenti nella storia dell’ippica alata: sotto un’insolita pioggia estiva che bagnava l’arena di Tals, Mafrik aveva vinto grazie a un distacco di appena un paio di metri dal fratello, con Askin che sul finale sembrava avere maggiori energie del destriero che lo precedeva, e che proprio sul più bello dovette arrendersi alla sagoma incombente dell’ultimo anello.

Liam tagliò il traguardo e si qualificò alla finale tra gli applausi. Aveva notato che quell’anno il pubblico lo sosteneva con più convinzione delle scorse volte, e si chiedeva se anche al fratello, nel profondo, la sensazione di essere il beniamino di casa fosse sgradita. Tutto ciò che gli interessava era la gara che si sarebbe tenuta il giorno seguente. Voleva vincere, e cancellare finalmente dal volto di Mafrik quel sorriso beffardo che più volte l’aveva ridotto in lacrime sul letto, di notte, quando i pensieri diventano più pesanti.

Rientrò con Askin alla stalla, lasciando che il suo stallone si riposasse, e poi s’incamminò verso il proprio spogliatoio. Non sarebbe tornato a casa, quella sera. Conosceva un bazar, alla Fiera del Serpente, il cui proprietario poteva procuragli ogni genere di piacere. Indossò un cappuccio, camminò tra la folla ascoltando con interesse i commenti sulla Corsa e i pronostici per l’indomani, e infine giunse a destinazione, scansando per un pelo una rissa tra un mezzorco e un uomo lupo ubriachi.

All’interno del bazar, richiuso da una tenda spessa, lo accolse Lithi, con grande discrezione. Quell’uomo, che doveva senz’altro avere una discendenza dai Manilunghe visto il suo corpo sgraziato e scimmiesco, a dispetto delle apparenze sapeva bene come viziare i propri clienti. Dietro il commercio di accessori artigianali per donne, lavorati con il ferro, celava ogni sorta di nefandezza: elisir illegali, oppiacei, anelli maledetti e naturalmente un vasto assortimento di prostitute.

Liam si adagiò nel suo spazio privato e ordinò a uno dei suoi garzoni di servirgli del vino rosso, corretto da sangue di grifone. Appena fu travolto dall’effetto del potente afrodisiaco, una bella ragazza in abiti succinti, proveniente dal Sud di Zafaran, entrò e si sedette a cavalcioni su di lui.

Furono ore intense.

Esausto, il fantino fu costretto a ridestarsi lesto dal talamo in cui giaceva intorpidito. C’erano dei fastidiosi schiamazzi all’esterno della tenda, e non aveva fatto in tempo a infilarsi i calzoni che un uomo, armato d’ascia, aveva fatto irruzione fino ai piedi del suo letto. Liam lo riconobbe subito come uno dei mastini di Neblatheve, l’ambasciatrice.

«Tuo padre desidera vederti» esclamò il mastino, con tono perentorio.

«La cosa non è reciproca» rispose Liam, ironicamente.

L’uomo non si mosse. Nell’attesa che il giovane si rendesse presentabile, gettò diverse occhiate languide al seno nudo della ragazza che giaceva sul letto, e che osservava la situazione con curiosità.

«A presto, tesoro» le disse Liam tirando fuori la lingua. Si sbrigò a uscire dal bazar e fece un cenno di scuse a Lithi, accertandosi che non fosse stato malmenato.

I due si diressero a casa di Bogor. Né Liam né Mafrik vivevano più con lui, ma si recavano regolarmente al campo d’allenamento retrostante la mastodontica magione in pietra. Sin da quando Liam aveva cominciato a far pratica in sella ad Askin, il padre aveva predisposto allenamenti separati per ciascuno dei suoi figli, impedendogli di incrociarsi durante la stagione di preparazione alle gare.

Anche per questo motivo, da quando Liam aveva conseguito il primo dei suoi secondi posti alle spalle del fratello, la loro rivalità era esplosa come un incendio indomabile. Liam era convinto che a Mafrik fossero riservati da anni allenamenti e strategie migliori, ed era impossibile tenere questi sospetti al di fuori della loro vita familiare. Nelle poche occasioni in cui si riunivano, Mafrik lo punzecchiava nell’orgoglio per le sue sconfitte, facendo il verso alle sue giustificazioni, e quando Liam non ne poteva più, e la bile traboccava da ogni angolo del suo corpo, finiva col maledire sia lui che Momo, insultandolo con bestemmie indicibili. Era diventato una sorta di gioco: più Liam s’inalberava, più Mafrik godeva nell’esasperarlo, arrivando addirittura a proporre di scambiarsi i destrieri con fare provocatorio, per rendere la sfida più equa, senza però lasciare che a queste parole seguissero dei fatti concreti.

Ultima, ma non per importanza, era arrivata la Corsa di Tals a incrinare definitivamente il loro rapporto: Liam accusava Mafrik di aver corso con il solo scopo di chiudergli ogni spazio, e tra gli esperti furono in molti quelli che appoggiarono le sue insinuazioni. Mafrik, di rimando, non accusò il colpo, ma si limitò a tacciare pubblicamente il fratello minore come un «perdente lagnoso.»

Con quella mossa, Liam aveva smesso di parlargli e gli aveva tolto il saluto.

Salendo le scale interne della magione di Bogor, scortato a stretto contatto dal mastino di Neblatheve, Liam osservò i dipinti che ritraevano le vittorie del fratello, e notò con dispiacere che le immagini dedicate a lui in sella ad Askin potevano essere contate su un solo dito. Lui lo sapeva, era conscio di quanto il padre andasse eccessivamente fiero di Mafrik, ma ogni volta che la realtà gli si parava davanti, era dura far fronte alla disparità con la quale l’uomo era solito trattare i suoi risultati da quelli del figlio maggiore.

Entrò nell’ufficio di Bogor, con il mastino alle calcagna, e lo trovò intento a sistemare una grande quantità di scartoffie, sparpagliate sul grande tavolo di legno.

«Alla buon’ora» disse Bogor, con tono sprezzante.

«Buonasera a te, padre» rispose Liam con ostilità.

Bogor raggiunse la sua poltrona. Liam lo stuzzicò.

«Sei contento? I tuoi figli sono di nuovo in finale. È forse una di quelle giornate da incorniciare?»

«Sta’ zitto e non iniziare con i tuoi soliti discorsi!» sbottò Bogor.

Liam non fu sorpreso dal nervosismo del padre. Sapeva bene che temeva per le sorti di Mafrik, ma preferì tacere e ascoltare quanto aveva da dire. Bogor si schiarì la gola.

«Bella vittoria, oggi.»

«Ti ringrazio.»

Il silenzio raggelava la stanza nonostante la calura estiva. Liam scrutò il padre, con gli occhi insolitamente rivolti verso il basso, e se ne compiacque.

«Qualcosa non va?»

«Ahah! Mi chiede se qualcosa non va! Buona questa! Buonissima!» enfatizzò Bogor, rivolgendosi all’uomo di Neblatheve che sostava in silenzio dinanzi alla porta. «Guarda qui» disse, e nel farlo prese la pila di scartoffie che aveva davanti e cominciò a sfogliarle una dopo l’altra, nervosamente. «Centinaia di scommesse per la corsa di domani, tutte contro tuo fratello! Insomma… cosa abbiamo fatto di male? Perché la gente abbandona il suo campione? Oltretutto non è quello che chiede la casa reale.»

«In che senso?» domandò Liam, che cominciava ad avere un’idea su quanto stava per per accadere.

«Semplice. Puntando delle grosse somme di denaro sulla vittoria di Mafrik, domani potremmo fare un mucchio di soldi! Solo in pochi sanno quanto il regno di Zafaran si sia indebitato negli ultimi anni, e quanto abbia urgente bisogno di danaro, e a meno che non salti fuori quel dannato tesoro dei Nani come per magia, l’unico modo per ottenerlo è mediante scommesse. Dico, vi immaginate l’ennesima tassa ai danni del popolo? Verrebbe giù una rivolta popolare! Anzi, che dico? Un colpo di stato!»

«Non capisco cosa c’entri la mia posizione» puntualizzò Liam, facendo lo gnorri in maniera ben poco velata. «Se tutto ciò che serve per sanare le casse reali è che Mafrik vinca, basterà che il campione ci delizi con un’altra delle sue grandiose prestazioni. Ti pare?»

«Sai bene che non è così» controbatté Bogor. «Mafrik è uno dei più grandi campioni di questo sport. Lo so io, lo sai tu. Tuttavia… avrebbe dovuto abbandonare Momo già dalla scorsa edizione della Corsa. Quel cavallo ha fatto il suo dovere, certo, e gliene saremo per sempre grati, ma quel testardo di tuo fratello non vuole saperne e si ostina a cavalcarlo! Le sue ali sono deboli, hanno perso il vigore di un tempo, e poi ha già superato da un pezzo l’età in cui lo stesso Tantan si era ritirato. Mettiamoci anche che tuo fratello non è più giovanissimo…»

«Parla chiaro, padre!» esclamò Liam, sbattendo il palmo della mano sul tavolo. «Non girarci intorno, so cosa vuoi chiedermi.»

«So che lo sai. Sei sempre stato attento, Liam. Tu sei… un bravo fantino. Ma non sei il campione. E Askin non è figlio di Tantan. Il campione è Mafrik, tuo fratello maggiore. Allora dico: lascia che vinca la sua ultima corsa, domani. Non ostacolarlo. Non metterti in mezzo. Che ti costa? Sarà un bene per lui, che si ritirerà come una leggenda, e sarà un bene per il regno e per me. Per tutti noi! Ti assicuro che una volta presa la mia parte, ti farò avere tutto quanto ti spetta e anche di più, e dopo il ritiro di Mafrik penseremo solo a te, e diventerai tu il campione.»

Liam cominciò a tremare. Lì per lì, avrebbe preso a pugni in faccia il padre, facendogli rimangiare ogni parola a suon di botte. Ancora una volta, aveva dimostrato che non gliene importava nulla di lui e della sua carriera. Tutto ciò che gli interessava, che gli era sempre interessato, era salvaguardare Mafrik e il benessere della sua scuderia.

Con grande sforzo, trattenne il rancore. Accennò un sorriso e gli strinse la mano.

«Se questo è il tuo volere, farò come chiedi. E tu manterrai la promessa.»

Gli voltò le spalle e si avvicinò alla porta. Prima di richiuderla, osservò un’ultima volta il viso arido dell’uomo, dopodiché uscì correndo come un forsennato verso la strada.

Le lacrime avevano cominciato a scendergli copiose lungo le guance, per poi arrestarsi e lasciare spazio a un inquietante ghigno di soddisfazione.

Aveva mentito.

Quando Bogor l’avrebbe scoperto, sarebbe stato troppo tardi.

 

Continua…

 

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.