Gluttony – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

Prologo

C’era una volta, nel lontano regno di Rugasia, un piccolo villaggio di contadini felici, nei cui campi cresceva un dolcissimo e miracoloso zucchero magico.

Le torte, i biscotti, le casette con mura di marzapane e le finestre di cioccolato, riempivano la vita di queste persone semplici, alle quali bastava addentare una sola di quelle squisitezze, per rinnovare la gioia di vivere e la voglia di lavorare per il bene della comunità.

Dall’alba al tramonto, i contadini si davano sempre un gran da fare, interrompendo di tanto in tanto l’efficace armonia produttiva con le tradizionali pause pasticcino, durante le quali potevano assaporare le nuove e incredibili creazioni della signorina Maia.

Maestra indiscussa dell’arte dolciaria, quest’ultima era solita preparare la sua gustosa Torta-vis a base di Supercioccolato per ogni festa o celebrazione stagionale, saziando tutti i presenti fino allo sfinimento e facendoli crollare, appisolati e felici, quando giungeva la notte.

L’usanza andava avanti ormai da secoli. La giovane Maia l’aveva ereditata da suo padre, che a sua volta l’aveva ereditata da sua madre, che aveva mantenuto il retaggio familiare delle generazioni precedenti.

Anche quell’anno, tutto sembrava filar liscio e sereno come al solito, ma poi, durante una delle festività legate alla raccolta dello zucchero, accadde una cosa terribile.

Dopo aver banchettato in grande abbondanza con vino rosso e carni, tutto il villaggio s’era riunito nel piazzale sterrato per il taglio del dolce speciale. I presenti, alla vista della grossa Torta-vis di raggio pari alle dimensioni di un uomo adulto, furono colti da una trepidante attesa.

Coltello alla mano, Maia era pronta a dividere la sua torta in parti uguali quando, di colpo, arrestò il proprio movimento lasciando il braccio sospeso a mezz’aria.

Dai confini del villaggio, appena fuori dalla foresta di pini, s’era udita una voce sconosciuta, rude e possente.

«Voi cosa mangiate?»

Era la voce di un gigante.

Quell’omone peloso e titanico, alto circa venti metri, avanzò portando in spalla un’enorme sacca da viaggio, lamentandosene a più riprese. Provato dalla stanchezza, la gettò a terra, facendo tremare il suolo circostante, e lanciò una reboante imprecazione. Dopodiché, adocchiò la Torta-vis.

«Ahi ahi, ahi ahi… che fame!»

Ai presenti venne subito a mente la notizia di cronaca riportata sull’Eco della Valle Felice: la tribù dei giganti, qualche giorno addietro, aveva processato e condannato all’esilio uno dei suoi membri più noti, reo di essersi nutrito di un unicorno femmina in dolce attesa e di aver violato, quindi, la legge internazionale sulla conservazione delle creature magiche.

L’orribile criminale, che adesso vagava nelle terre lontane in cerca di cibo, era infine giunto al loro cospetto. Il suo nome era Gordon, il “gigante famelico.”

«Stiamo celebrando il nostro raccolto con un dolce di mia invenzione! Se ti va, mangiane pure una fetta con noi» gli spiegò gentilmente Maia, incidendo in gran fretta una porzione di torta adeguata alla stazza del suo sgradito ospite.

Gordon ne approfittò e non se lo fece ripetere due volte. Afferrò la grossa fetta offertagli dalla cuoca, tenendola tra pollice e indice, e la inghiottì in un sol boccone.

I contadini rimasero esterrefatti da quel comportamento e ne furono decisamente piccati: la loro tradizione secolare, secondo cui la prima fetta del dolce spettava al giovane che meglio si era distinto durante il raccolto, era stata volgarmente interrotta. Come se non bastasse, adesso, Gordon sbraitava e si lamentava di volere altro cibo, agitato dalla fame che gli faceva brontolare lo stomaco.

«Ancora, ne voglio ancora!»

Nessuno ebbe animo di rispondere. Il gigante si adirò.

«Se le cose stanno così…» disse, inginocchiandosi e piegandosi verso Maia «faccio da solo!»

Con entrambe le mani, Gordon afferrò l’intero dolce e se lo ficcò in bocca, ingurgitandolo in modo goffo e lasciando che delle briciole insozzate di saliva cadessero sulle teste degli abitanti del villaggio.

Fu allora che Friendmilk, giovane e ardente contadino, che sperava di essere premiato per il suo impegno, perse le staffe e gli andò incontro furioso, dopo essersi pulito.

«Perché l’hai fatto? Quella Torta-vis era di tutti noi, e…» continuò gettando l’occhio a una sconsolata Maia «…rappresenta gli sforzi e la passione di questa cuoca eccezionale! Hai calpestato il suo lavoro in modo ignobile, dovresti vergognarti!»

Gordon fu infastidito da quelle parole, ma ancora intento a leccarsi le dita, sembrò non curarsene troppo. Si ripulì la mano sporca di cioccolato sul fianco della coscia, strofinandosi per bene e lasciando una vistosa macchia scura sul pantalone sgualcito. Poi, all’improvviso, mosse velocemente il braccio verso il basso. Schiacciò Friendmilk. Lo spappolò sul terreno. Zampilli di sangue e piccoli pezzetti di carne e di ossa schizzarono sui presenti, che urlarono in preda all’orrore.

«Ho detto che ne voglio ancora! Ancora!» gridava Gordon, e nel mentre afferrava e stritolava gli altri contadini in fuga, fracassando le loro ossa, strappando le loro gambe con la stessa facilità con cui si strappa un petalo da un fiore, e alla fine scaraventandoli via, privi di vita, a decine di metri di distanza.

Bastarono pochi attimi cruenti, per gettare una comunità da sempre tranquilla nel panico più totale. Attorno al gigante non v’era rimasto altro che morte e distruzione, con i superstiti che s’erano andati a rifugiare nel primo angolino utile.

Allora, Gordon si rese conto che non avrebbe più ottenuto ciò che voleva e decise di cercare Maia. Dopo un paio di tentativi a vuoto, la trovò in una piccola casetta, e con violenza ne sradicò il tetto mandorlato, staccandone un pezzo a morsi.

«Tu! Cuoca! O me ne dai ancora, o giuro che vi ammazzo tutti! Lo voglio! Lo voglio!»

«A-aspetta!» rispose Maia, balbettando in preda al terrore, rannicchiata con le spalle rivolte verso il muro.

«La preparazione del d-dolce s-speciale richiede una… s-settimana di tempo. Se tu potessi as… aspettare senza ucc-uccidere…»

«Una settimana? Diavolo d’una strega!» s’imbestialì il gigante. «E va bene, ma adesso vi sistemo io!»

Gordon gettò via il resto del tetto e tirò fuori una lunga corda dal suo sacco. Dopo aver stanato i pochi sopravvissuti, li legò tutti in un unico nodo stretto, in modo tale che nessuno potesse scappare, e li gettò all’interno della grossa bisaccia, richiudendola sopra le loro teste. Dopodiché, si allontanò per qualche ora.

Immersi nel buio, i contadini sentirono la terra tremare a più riprese, percossa da colpi pesanti e metodici, e quando il gigante assassino ebbe fatto ritorno, e loro poterono uscire allo scoperto, ne conobbero il motivo.

«Ho scavato un fossato qua intorno… farò la guardia, quindi non provate a fuggire. Ci vediamo tra una settimana» disse Gordon.

Il gigante si girò di scatto e si allontanò, andando a sistemarsi oltre la foresta, in cerca di cibo e in attesa di gustare nuovamente la Torta-vis al Supercioccolato.

Fu così che ebbe inizio la schiavitù di Maia e degli altri abitanti.

Fu così che tutti loro persero la felicità.

Durò vent’anni.

Continua…

 

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.