Greed – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

Prologo

C’era una volta, nel lontano regno di Zafaran, una dolce ragazzina dai grandi sogni.

Frequentava da poco il primo anno all’Accademia delle Cascate Blu, la scuola secondaria più prestigiosa della capitale, e ogni mattina s’intratteneva nel cortile dell’istituto in compagnia della sua migliore amica, aspettando con trepidazione l’inizio delle lezioni. Qui, su un largo viale pendente che collegava i cancelli esterni al patio della maestosa struttura ad arcate, si sviluppava un’area da passeggio ornata con decine di statue di marmo raffiguranti draghi, serpenti leggendari ed eroi, attorno alle quali gli studenti e le studentesse provenienti dalle famiglie più prestigiose del regno erano soliti radunarsi in una sorta di borioso ciondolio collettivo.

Le loro camicette bianche, con lunghe gonne blu per le ragazze e pantaloni dello stesso colore per i ragazzi, sfilavano in un continuo viavai al quale solo il carattere timido della nostra ragazzina voleva sottrarsi a ogni costo. Camminava in disparte tenendo stretti al petto i libri che non era riuscita a infilare nella cartella strapiena, alzando raramente gli occhi dal lastricato sul quale poggiava i piedi; portava lunghi capelli castani raccolti in una coda e faceva di tutto per non farsi notare, con un andamento abbacchiato e un temperamento oltremodo schivo e taciturno.

Così fece anche quel giorno.

«Dag, mi ascolti? Dag? Canta il gallo per Dagoa, canta il gallo per il mondo fatato!» la strigliò Neblatheve, picchiettandole con forza la spalla per ridestarla dai suoi pensieri.

«S-sì, scusa…» rispose Dagoa, mantenendo un’aria avvilita.

«Oh, andiamo!» protestò Neblatheve. «Non dirmi che sei davvero preoccupata per Teoria dell’Elemento Magico! È solo un test per valutare il livello d’ingresso della classe. E poi, se sei in pensiero tu, cosa dovremmo fare noialtri? Ritirarci in massa?»

Neblatheve – o Nebla – era l’amica più cara di Dagoa. Si conoscevano sin dalle scuole elementari e avevano caratteri praticamente opposti, ma riuscivano a incastrarsi alla perfezione perché ciascuna vedeva nell’altra le parti di sé di cui si sentiva carente. Alla vulcanicità e all’estro di Neblatheve, Dagoa opponeva un ferreo rispetto delle regole e delle convenzioni sociali alle quali l’amica era poco avvezza, diventando l’ancora in grado di metterle un freno quando il suo mareggiare diventava troppo burrascoso.

In effetti, da quando avevano cominciato a percorrere i corridoi dell’Accademia, era successo esattamente questo. Nebla, con i suoi occhi da cerbiatta e la sua smisurata autostima, aveva già fatto capitolare diversi suoi compagni di scuola, e non era raro che le due amiche s’imbattessero in studenti che con scuse piuttosto vaghe tentavano di approcciarle. Sebbene fosse perlopiù Dagoa a convincerla a respingere le loro lusinghe, queste ultime avevano comunque fatto germogliare in Nebla la convinzione d’essere al centro dell’attenzione dell’intera scuola.

Per questo motivo, quando quella mattina nessuno le era andato incontro nonostante avesse già varcato i cancelli da qualche minuto, ne rimase leggermente indispettita e Dagoa non mancò di notarlo. Poco distante da loro, c’era un gruppetto di studenti starnazzanti che s’era adunato intorno agli scalini laterali del cortile.

«Che succede?» domandò Neblatheve, interrogando più se stessa che Dagoa.

«Sembrano quelli dell’ultimo anno» rispose la ragazzina.

«Bè, si divertono parecchio. Diamo un’occhiata.»

Le due giovani si avvicinarono alla calca sgusciandovi all’interno senza difficoltà, per poi arrivare ai piedi della scalinata sulla quale torreggiava, sul gradino più alto, un ragazzotto vivace dal viso pallido e dalla folta chioma ramata. Camminava avanti e indietro guardando dritti negli occhi i suoi spettatori e gesticolava con fervore facendo buffe smorfie, per dar maggiore enfasi al suo narrare.

«… a quel punto i Nani sbucarono dal sottosuolo uno alla volta – saranno stati cinque o sei, ciascuno con una barba nera più lunga di quello precedente – e catturarono Eternus l’esploratore, senza dargli il tempo di difendersi. Lo trascinarono contro la sua volontà all’interno delle loro miniere segrete e» urlò, mimando il gesto di afferrare qualcosa con entrambe le mani, «gli fracassarono la testa, lasciando ai posteri solo pezzi di cervella mangiucchiate!»

«Sì, ma per quale motivo ucciderlo?» obiettò uno dei ragazzi che ascoltavano in prima fila, storcendo il naso e incrociando le braccia. «Non potevano mandarlo via?»

«Bravo l’ingenuo!» controbatté il giovane oratore. «Mi pare ovvio che dovessero per forza toglierlo di mezzo, siccome nessuno poteva conoscere l’esatta ubicazione del loro nascondiglio. Ricordate che per un Nano niente è più importante della sicurezza del proprio tesoro!»

«Andiamo Bogor! Ancora con questa fissa del tesoro!» lo canzonò un altro ragazzo dalle retrovie, sghignazzando e scambiandosi il cinque con un amico che gli sostava accanto.

«Hei!» s’infervorò Bogor. «Se ne hai di migliori, perché non sali qui e ci racconti una delle tue storie?»

Aveva notato con la coda dell’occhio che due ragazze s’erano aggregate al suo pubblico e non avrebbe permesso a nessuno di quei farabutti di screditarlo proprio in quel momento, facendogli fare la figura del fesso dinanzi alle nuove leve.

«Come pensavo. Se non hai nulla con cui deliziarci, faresti meglio a tacere!» continuò Bogor, diventando aggressivo. «Il tesoro dei Nani è nascosto tra le vette oscure del regno da secoli, ma è talmente ben protetto da incantesimi di ogni sorta che per noi Umani è diventato quasi impossibile anche solo pensare di avvicinarci. Scommetto che quegli spilorci hanno ammassato talmente tanto oro da riempirci la pista dell’arena per la quale era stato pagato!»

A quest’ultima ipotesi, nessuno ebbe modo di controbattere perché non vi fu più tempo. Le campane rintoccarono due volte, interrompendo il racconto del ragazzo. In pochi attimi, la ressa di studenti si assottigliò e ognuno mosse per raggiungere la propria aula, comprese Dagoa e Neblatheve.

La prima, ancora assorta nei suoi pensieri ed esitante a varcare la porta, fermò la marcia della seconda quando ancora erano in corridoio.

«Neb, il ragazzo… quello sulle scale. Lo conosci?»

«Solo di vista» si sorprese Neblatheve. «A dire il vero, è un tipo strambo. Hai visto quei calzoni? Per me è uno straccione, un esaltato. Ma ho sentito dire che è in possesso di una considerevole borsa di studio per l’ippica alata. In ogni caso, io lo eviterei come la peste di rattomatto!»

«Però quello che ha raccontato è curioso.»

«Un patetico tentativo di attirare l’attenzione. Lascialo perdere, pensiamo a TeleMa. Guarda, arriva la professoressa!»

Dagoa volse il capo verso il fondo del corridoio, dove l’insegnante che l’avrebbe esaminata trasportava con due mani un borsone pieno zeppo di cianfrusaglie da mostrare alla classe. Chinò il capo per porgerle il suo saluto e s’affrettò a sedere al proprio banco, provando in ogni modo a concentrarsi sugli argomenti che aveva studiato per quel giorno. Non ci riuscì. Più provava a dimenticare, più la mente le tornava alla storia di quella mattina, e agli occhi vividi con i quali Bogor aveva favoleggiato di vette oscure, di Nani e del loro misterioso tesoro.

Capitolo I

Il cielo s’era ormai tinto di nero e le poche luci fioche delle abitazioni non riuscivano a rischiarare la strada cupa e silenziosa lungo la quale Dagoa camminava lesta, in direzione di casa. Scansava erbacce e grosse pozzanghere di un marciapiede dissestato; il suo circondario era mediocre e di certo non risparmiava casa sua, costruita con legno scadente su un solo piano e con un piccolo recinto esterno che si faceva fatica a chiamar cortile.

Eppure era felice, perché quella era stata una buona giornata.

Aprì la porta d’ingresso con tutte le migliori intenzioni e pronunciò entusiasta il nome di suo marito, sperando di vederselo comparire in piedi sull’uscio pronto a gioire per lei.

«Bogor! Dove sei?»

La casa restò in silenzio, immersa nel buio. Dagoa non si perse d’animo: prese con sé una candela, l’accese con uno dei fiammiferi stipati sul dorso della cassapanca e si recò immediatamente nella stanza adiacente. Bogor era lì, esattamente dove aveva immaginato: seduto pancia all’aria sul divano, con la barba e i capelli scomposti, giaceva addormentato. Davanti a lui, sul tavolino, una grossa caraffa vuota e maleodorante e sotto di essa un bicchiere riverso spaccato sull’orlo. Dalle poche goccioline rimaste al suo interno, dal tanfo proveniente dalla bocca di suo marito, Dagoa capì che l’uomo s’era scolato tutta l’acquavite all’albume d’uovo di drago che aveva trovato in giro, compiendo da solo un’impresa che normalmente avrebbe richiesto almeno quattro gole ben assetate.

«Sveglia» gli sussurrò spazientita, tastandogli con forza il petto. «I bambini dormono?»

L’uomo non rispose. Dagoa lo lasciò sul posto e corse a controllare i suoi due figlioletti, tirando un sospiro di sollievo quando li vide poltrire beati nella loro camera. Era passato oltre un anno da quando era rimasta la sola a badare ai bisogni della famiglia, occupandosi tra le tante cose anche di un marito caduto in depressione, e adesso che sul lavoro le si era presentata finalmente un’occasione, un’attività che fosse affine a ciò che aveva studiato per anni, non avrebbe permesso alle turbe dell’uomo di tarparle le ali.

L’indomani, si recò di prima mattina in un quartiere ricco della capitale, tenendo Mafrik per la mano e Liam in braccio. Con una grossa sacca sulla schiena, un abbigliamento e un’acconciatura da periferia e due bambini al seguito, sostava all’esterno della dimora di importanti bancari del regno, quasi scandalizzando il vicinato dopo essere stata accolta con riverenza dalla servitù. Gli occhi curiosi delle persone che rallentavano il passo per indugiare su di lei la infastidirono più del dovuto, ma convenne che era passato davvero tanto tempo, da quando era uno di loro.

Una volta entrata, affidò i suoi figli alla cortesia della cameriera personale di sua madre e s’affrettò a raggiungere la donna nello spazioso salone che un tempo era stato il fulcro di casa sua.

La trovò intenta a sorseggiare del tè in una tazza di porcellana, seduta su eleganti divanetti immessi in uno stanzone dal soffitto alto circondato da dipinti.

«Ecco qualcosa che non mi sarei aspettata di vedere quest’oggi: la mia umile figliola di ritorno all’ovile» sentenziò la matrona.

«Salve a te, mamma» replicò Dagoa, sedendo sulla poltrona che solitamente accoglieva il grosso fondoschiena del padre.

«Dov’è papà?»

«In giro per affari, sai com’è… un uomo impegnato» rispose la donna, soffiando sulla tazza fumante e bevendo delicatamente. I bigodini le tiravano in alto i capelli tinti di rosso, e un elegante abito verde intonato agli occhi le scendeva sinuoso dalle esili spalle alle caviglie, lasciando nudo pochissimo del suo proverbiale pallore. Quando ebbe finito con il tè, la madre ripose la tazza sul tavolino che separava i due divanetti e si rivolse alla figlia con un tono diretto, affilato come una lama corta di Perp.

«Da quant’è che manchi, figlia mia? Rimembrami.»

«Siamo venuti per la festa d’addio all’ippica di Bogor» rispose lei, provando a giustificarsi, «non ricordi?»

«Quattordici mesi or sono» sottolineò la donna, con una nota di biasimo.

«Hai ragione, ma…»

«Ma?»

«Siamo stati impegnati. Liam è così piccolo, poi c’è la casa, il lavoro…»

«Il lavoro» la interruppe la donna. «A quanto ne so, sei bibliotecaria esattamente come lo sei stata negli ultimi sei o sette anni. Certo, immagino sia difficile mantenere lo stesso tenore di vita adesso che quel caro ragazzo ha smesso di giocare allo strambo cavallino, ma sono certa che tu sappia già come organizzarti per cavare il ragno dal tuo buco. Di cosa sei venuta a parlarmi, esattamente? Perché se si tratta dei tuoi impegni, ti prego di non farlo.»

«E se ti dicessi» rispose piccata Dagoa «che è esattamente per questo che ho smesso di venire in visita? Che non ne potevo più delle tue insinuazioni e dello sprezzo con cui dispensi il tuo giudizio divino non richiesto?»

«Ciascuna delle cose che dico è a fin di bene, lo sai» s’indispettì la madre. «In ogni caso, capisco che in questo momento rivangare gli errori dei quali ti sei resa artefice sarebbe poco proficuo, poiché il discorso sarebbe troppo lungo e il nostro tempo troppo breve. Quindi… perché sei qui? E perché con i due fanciulli?»

«Ho bisogno che li tenga tu. Per un po’.»

Nell’udire queste parole, la madre inarcò le sopracciglia non nascondendo un ghigno di soddisfazione. Prima che potesse elargirle l’ennesimo commento velenoso, Dagoa si affrettò a spiegare il tutto.

«È successo in fretta e in modo inaspettato. Ieri eravamo in chiusura: Barabat era già andato via e io avevo appena finito di riporre a scaffale l’intera collana sulla Geografia del Continente Presunto, sai, quella vecchia edizione tradotta di cui avevamo anche noi i primi tomi in casa. Comunque, di ritorno alla mia postazione, chi trovo sulla scrivania ad attendermi, se non l’affascinante e spasimata Neblatheve? Proprio lei, la grande ambasciatrice, sempre indaffarata con il suo nuovo ruolo all’interno del palazzo reale e sempre protagonista del cicaleccio locale… è venuta da me con una proposta interessante, che ho avuto gran cura di ascoltare.»

«Sentiamo, dunque» la esortò la madre. «Di che si tratta?»

«La corona organizza una nuova spedizione sulle vette oscure, visto il crescente debito interno e la mancanza di fondi per l’organizzazione della Corsa delle Grandi Piume. Neblatheve ha pensato che la mia conoscenza sulle civiltà antiche potesse in qualche modo rivelarsi utile. So che è una follia lasciare a casa due bambini per un tesoro di cui non si sa praticamente nulla, ma questo è tutto ciò che ho sempre sognato e per cui ho lavorato duramente.»

«Prima di umiliarti e andare vivere in compagnia di un illuso.»

«Non c’entra!» sbottò Dagoa. «Bogor ci ha provato, chiaro? Ci ha provato con tutto se stesso! L’ho visto allenarsi in sella più di chiunque altro e impegnarsi in modi che non sono neanche lontanamente immaginabili dagli altri fantini. Non ha nulla da rimproverarsi! Nulla!»

«A parte la mancanza di talento e di spirito» chiosò la madre, gelando la figlia. «Per quanto starai via?» chiese, alzandosi dal divanetto per congedarla alla svelta.

«Ancora non lo so. Il tempo necessario» rispose lei, scattando in piedi a sua volta per dirigersi verso la porta.

«E Bogor?» domandò la madre, per poi concludere da sola: «Chiaramente non sa nulla. Va bene, ma bada. Se ti faccio questo favore, se assecondo l’ennesimo capriccio dissennato, è solo per dovere verso i miei nipoti. Intesi?»

«Ti ringrazio» replicò Dagoa, pregna di sarcasmo, «allora mi assicurerò che il tuo enorme sacrificio genitoriale venga ricompensato in maniera adeguata.»

«E questo cosa vorrebbe dire?»

«Che se dovessi trovare il tesoro, saresti la prima a saperlo.»

 

Continua…

 

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.