Lust – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

Prologo

C’era una volta, nel lontano regno di Rugasia, un fitto bosco nel quale risiedeva la più potente e nobile tra le razze magiche: gli elfi Aurei.

Gli Aurei erano esseri millenari, dotati di lunghe chiome biondo platino e di una carnagione biancastra. Rivaleggiavano per statura con gli Umani, ma a differenza dei loro scomodi vicini, abituati a mangiare troppo spesso per diletto e troppo poco per necessità, si tenevano assai più in forma. Le loro silhouette erano spigolose, slanciate e coperte da abiti vistosi, e trovavano il loro apogeo in peculiari orecchie a punta che fuoriuscivano dai capelli.

Durante l’epoca antica nota come Età della Magia, gli Aurei avevano plasmato con gli incantesimi la natura che li circondava e avevano esteso il loro dominio a tutte le creature selvatiche, facendo le veci degli ormai sempre più rari e solitari draghi. Campi, fiumi, colline… alterarono gran parte dell’ambiente secondo il loro gusto del bello, in particolare manipolando il legno silvano e rendendolo l’elemento portante della loro Cittadella.

Compiuta l’opera, gli Aurei presero ad alloggiare in larghi tronchi adattati a comode case, separate in stanze da numerose liane e colmate da pochi e bizzarri elementi d’arredo. Smossero inoltre terra e radici e diedero forma a un intricato sistema di canali d’acqua, con i quali potevano spostarsi rapidamente da un punto all’altro del querceto. Ogni albero-casa di un Aureo che si rispettasse aveva ormeggiata alle sue pendici una barchetta fatta di foglie d’alocasia stregata, che si poteva cavalcare all’in piedi senza rischiare di affondare in uno dei navigli. L’alocasia sosteneva come per miracolo il peso del suo nocchiere e, impedendogli di annegare, gli permetteva di controllare la direzione e la velocità della traversata con una sola mano.

Non tutti gli Aurei, però, erano in grado di padroneggiare le arti mistiche allo stesso modo. Per esempio, i nuovi nati ne erano quasi del tutto sprovvisti e fino al ventunesimo anno d’età crescevano alla stregua delle razze mortali, salvo poi entrare nella Nuova Vita che ne rallentava l’invecchiamento. A far loro da contraltare, invece, c’era un gruppo prescelto di Auree appartenenti alla Congrega di Doremdil, la prima strega. Queste giovani elfe erano precoci e capaci di imprese straordinarie.

Se nuovi nati e streghe rappresentavano due estremi nella suddivisione del potere elfico, era possibile collocare in mezzo a essi tutti gli altri Aurei che avevano una conoscenza più o meno erudita della magia, a seconda della loro preferenza per l’addestramento fisico o per quello spirituale.

Come nuovo nato e come apprendista strega, Vanyn, figlio del Re Tratanil IV, e Desiré, fiore all’occhiello della Congrega, erano la coppia più incompatibile e diversa che si potesse trovare in quel reame. Eppure fu dal loro incontro – e da ciò che ne derivò – che la storia di Rugasia cambiò per sempre e con essa quella dell’intero Continente.

A quel tempo, Vanyn era poco più che adolescente. Trascorreva le sue giornate in compagnia di Tello, uno Scudo che per ordine dei reali lo istruiva e lo affiancava in tutte le faccende riguardanti la vita pubblica. Vanyn s’era abituato a quell’ombra che gli stava appiccicata addosso e sapeva di avere un padre apprensivo, ma più cresceva, più la situazione cominciava a stargli scomoda. Che l’educazione rigida impartitagli dalla famiglia fosse dovuta a ciò che era accaduto sessant’anni prima a suo fratello maggiore era chiaro, così come lo era l’obbligo di non abbandonare mai le terre protette dagli elfi; ciò nondimeno, coltivava dentro di sé uno sguardo curioso verso il mondo esterno.

Non furono poche le occasioni nelle quali pianificò la fuga dai suoi doveri principeschi; quando riusciva nei suoi intenti, il giovane soleva mettersi alle spalle l’asfissia dei torrenti e dei grossi alberi di quercia per incamminarsi a passo felpato oltre la Cittadella, andando solo e libero in cerca di giraffitte, di unicorni e di uva nuvola da sgranocchiare. Talvolta la calura estiva gli fiaccava le gambe vigorose e trionfava sulla sua voglia d’esplorare: ecco allora che il principe scovava lo stagno più vicino e vi si tuffava nudo, stando attento che non vi fosse nessuno nei paraggi a osservare.

Era un elfo ribelle e al contempo responsabile. Non c’era alcun modo per far sì che si accostumasse ai dettami del suo alto lignaggio, ma aveva così a cuore le sorti del suo Scudo che faceva sempre in modo di rientrare per tempo, inventando le scuse più disparate per evitare che la collera del padre si abbattesse prima su di lui e in secondo luogo sul suo attendente. Il piano funzionò a più riprese e a Vanyn sembrò d’aver trovato la chiave per evadere dal tedio della quotidianità, finché un giorno, proprio mentre una delle sue scappatelle stava volgendo al termine, fu colto alla sprovvista.

L’Aureo stava rivestendosi dopo un bagno rilassante, asciugando i lunghi capelli con un morbido panno, quando si accorse che la sacca che aveva poggiato appena oltre lo stagno, piena zeppa di uva nuvola, era sparita. Alle sue spalle, udì un fastidioso masticare.

«Tobodil!» esclamò sorpreso il principe.

«Bene, bene» commentò sarcastico un elfo dalla capigliatura ondulata, striata d’oro e di nero. «Cos’abbiamo qui? Il principe Vanyn che disobbedisce allo zietto?»

Tobodil era cugino di Vanyn e tra i due non correva buon sangue. Per qualche tempo, dopo la prematura scomparsa del fratello di Vanyn e prima che quest’ultimo nascesse, la linea dinastica degli Aurei reali si era spostata verso il padre di Tobodil, facendone di fatto un pretendente al trono. Con la venuta di un nuovo nascituro di Tratanil, tuttavia, quella possibilità era definitivamente sfumata, lasciando al suo ramo della famiglia nient’altro che miseri titoli minori.

«Non stavo disobbedendo e ti prego di non dirglielo» ribatté Vanyn, piuttosto seccato dall’essere stato scoperto.

«Dirgli cosa?» Dagli alberi spuntò un secondo elfo: aveva un aspetto ancor più provocatorio del primo, con un’acconciatura rasata ai lati e alta al centro che in qualche modo scimmiottava quella degli Umani.

«Ah, Baran! Pensavo ti fossi perso» scherzò con lui Tobodil, assestandogli una vigorosa pacca sulla spalla e offrendogli dell’uva. «Vedi questo giovanotto? È mio cugino, un principino un po’ curioso e abbastanza sprezzante dei pericoli della foresta.»

«Il principino non ha imparato nulla dai suoi predecessori, allora» sghignazzò Baran.

«Come osi!» lo rimproverò Vanyn, andandogli incontro a muso duro. Per un attimo, pensò alla daga che aveva lasciato sul fianco della borsa e che ora stava in mano al cugino. Si sarebbe dovuto accontentare dei pugni per difendere l’onore della famiglia.

«Calma, calma» si frappose tra loro Tobodil, spingendoli via, mentre Baran già si preparava ad assestare un ceffone al principe. «Non siamo qui per litigare, giusto?»

Vanyn restò fermo e provò a placarsi, mentre Baran lasciò intendere che fosse solo la mano dell’amico a trattenerlo dalla rissa. «E tu» disse Tobodil rivolgendosi a Vanyn «dovresti fare più attenzione a dove metti i piedi. Dico sul serio. Liannir era solo quella volta, esattamente come te adesso.»

«In queste lande non ho mai incontrato Umani, né tantomeno assassini. È un posto tranquillo» assicurò Vanyn.

«Ancora per poco» chiosò Tobodil.

Vanyn non capì cosa intendesse dire, ma il tono con il quale s’era espresso e l’improvvisa serietà stampatasi sul volto suo e del suo compare gli suggerirono di tacere e di attendere qualche istante. In effetti, di lì a poco, ascoltò un piacevole canto provenire dal ruscello che scorreva a due passi da loro e vide delle persone in piedi su alcune foglie galleggianti; avanzavano lentamente con il capo chino, coperto da un velo e con le mani congiunte. Erano Auree. Streghe.

«Eccole, finalmente!» commentò sottovoce Baran, muovendosi verso il rivo.

«Sì, andiamo!» rispose entusiasta Tobodil.

«Andare dove?» li interrogò Vanyn.

«Niente che ti riguardi» replicò Baran freddamente.

«Aspetta, aspetta» intercedette nuovamente Tobodil, avvicinandosi all’orecchio dell’amico e sussurrandogli parole incomprensibili. Baran ascoltò con iniziale diffidenza, ma in seguito arrise all’idea di Tobodil e, con un piede sul bordo del ruscello, tirò fuori dalla borsa una foglia di alocasia stropicciata.

«Cugino» disse Tobodil, «quelle che vedi sono streghe della Congrega di Doremdil, addette ai riti di Vertelyan. Non capita molto spesso che un Aureo possa prendervi parte senza essere stato invitato ma… ecco, essendo tu il principe, credo che al tempio chiuderanno volentieri un occhio. Allora, che dici? Ci stai?»

Vanyn non aveva alcuna intenzione di seguire Tobodil. Allungò lo sguardo sulle Auree che galleggiavano in acqua e che fino a quel momento non lo avevano degnato né di un’occhiata, né della riverenza che si dovrebbe alla sua autorità, e di colpo vide una di esse alzare il capo e voltarsi verso di lui. Aveva occhi piccoli e taglienti, grigi e con aria di sfida. Erano bellissimi. Durò un attimo, poi la strega riprese a guardare in avanti con noncuranza, in qualche modo consapevole di aver aperto una piccola breccia nel cuore rigido del giovane elfo.

«Quella… chi è?» chiese Vanyn, a metà tra lo stupore e l’eccitazione.

«È Desiré, la grande apprendista. Ha la tua età ed è la migliore della sua generazione. Pare sia un’eletta, la reincarnazione di Doremdil in persona» gli spiegò Tobodil in tono volutamente esagerato, mimando volgarmente con le mani le forme generose della giovane strega.

«Piantala di blaterare e muoviti!» lo redarguì Baran, che nel frattempo era entrato in acqua al seguito delle fanciulle.

«Sì, sì, sto arrivando» lo rassicurò Tobodil. «Avanti, cugino. Ora o mai più! Se vieni, ti prometto che non dirò nulla a tuo padre e, anzi, ti restituisco pure tutta l’uva nuvola che hai in borsa. Beh, quasi tutta.»

«Ma… non so guidare un’alocasia! E poi che c’entrate voi col rito?» ribatté distratto il principe, quasi a volersi convincere di non andare. Il suo sguardo continuava a indugiare sul gruppo di streghe e su Desiré in particolare.

«Sali sulla mia» lo esortò Tobodil, «non c’è tempo, deciditi!»

Srotolò dalla borsa una foglia d’alocasia e la poggiò in acqua, saltandovi su.

«Aspetta, ridammi la borsa!» obiettò Vanyn.

«Vieni a prenderla!»

Tobodil sventolò la sacca di Vanyn con fare provocatorio, facendo cadere grappoli di uva nuvola in acqua tra le risate di Baran e l’indifferenza delle streghe.

«Accidenti a voi» li maledì Vanyn.

Prese una breve rincorsa e balzò in acqua. Dopo qualche minuto di navigazione, potevano scorgere il tempio di Vertelyan.

Capitolo I

Il tempio di Vertelyan si ergeva sulla collina boscosa che sovrastava il reame degli elfi e le terre libere di Rugasia. Era un grosso edificio in legno, alto circa mezzo gigante e diviso in stanzoni circolari collegati da larghi corridoi; Doremdil, la prima strega, l’aveva fatto costruire come luogo d’eremo della sua Congrega magica e s’era assicurata che nessun ospite indesiderato potesse accedervi. Il tempio era circondato da alberi stregati, in grado di allontanare con i propri rami i visitatori non dotati di poteri magici e di riconoscere tutti coloro che, pur appartenendo al reame, vi si recavano con intenzioni ostili.

Vanyn, Tobodil e Baran, dopo esser saltati fuori dal ruscello che abbeverava quelle sponde, seguirono il gruppo di streghe che aveva già raggiunto l’ingresso. Le fanciulle avevano dismesso il velo scoprendo al di sotto di esso vesti leggere, che mettevano in risalto i loro corpi sinuosi. La maggior parte di loro entrò nel tempio, ma una rappresentanza di tre fu lasciata sull’uscio per accogliere i nuovi arrivati e Desiré si pose a capo del terzetto, prendendo la parola con fare altezzoso.

«In nome di tutto ciò che è sacro e adorato, chi siete voi, che osate calpestare il suolo dell’Alta Vertelyan?»

«Siamo umili servitori della dea, venuti in pace» rispose Tobodil, con l’aria tracotante di chi stava recitando una formuletta ben precisa.

«Possa allora questa pace allietar giorni e carne» ribatté lei.

Una delle streghe al suo fianco si avvicinò a Tobodil con lascivia, gli prese la mano e lo baciò sulla bocca. Dopodiché, lo condusse all’interno del tempio. Baran fece lo stesso con l’altra apprendista e quando fu il turno di Vanyn, rimasto solo con Desiré, il giovane principe pregustò già le labbra della bella Aurea. Ne restò deluso.

«Principe» esordì lei, «benvenuto al tempio dell’Alta Vertelyan, dimora di Doremdil e delle sue sorelle. È un onore per noi poterla accogliere tra le nostre fila e sono certa che non si pentirà in alcun modo dell’esperienza. Il mio nome è Desiré, e ho chiesto personalmente di introdurla al tempio, se ciò non le reca dispiacere.»

Desiré porse la mano a Vanyn, che nell’afferrarla s’affrettò a rispondere: «Nessun dispiacere, mia signora, possiamo abbandonare i convenevoli», notando immediatamente quanto fosse delicata la pelle della sua ospite. S’addentrarono nel tempio; nella prima sala, disposte a cerchio intorno a un fuoco turchino che ardeva vivo e alto, le streghe Auree danzavano con le gambe divaricate, tenendo per mano Aurei e consorti e invocando il potere di Vertelyan.

«Nostra padrona, nostra signora benevola, ascolta il nostro canto, la nostra luce agevola.”

Cantavano e saltavano, facendo sì che il fuoco si alimentasse traendo dai loro corpi l’energia magica necessaria al rito.

«Vertelyan è in grado di propiziare la fertilità di coloro che le chiedono aiuto. Noi accogliamo le coppie in difficoltà giunte al tempio e, una volta per stagione, riportiamo gioia nelle vite aride dei nostri fratelli e sorelle» spiegò Desiré, mentre Vanyn continuava ad avanzare guardandosi intorno con aria smarrita. Senza rendersene conto, erano arrivati al secondo corridoio, che sboccava dritto nello stanzone successivo. Qui, in un’atmosfera più buia della precedente, illuminata solo da candele e luci soffuse, c’erano imbandite sui lati grandi tavolate con sopra grappoli d’uva nuvola, vino, carne, pane e ogni sorta di vivanda elfica e Umana. Aurei e Auree facevano gran baldoria, come non se n’era mai vista tra i rivi della Cittadella nel bosco: si spintonavano, si abbracciavano, si ammucchiavano lasciandosi andare ai piaceri della tavola e a quelli della carne. Desiré puntò al tavolo occupato da Tobodil, Baran e le altre, e fece in modo di sedere accanto a Vanyn, scombussolato da tutto quel lussureggiare. Sin da quando avevano stabilito un contatto con la mano, la giovane strega aveva provato ad attirarlo a sé con atteggiamenti che, alla lunga, avrebbero sfiancato chiunque. Aveva acconciato i lunghi capelli platinati in modo tale che le scendessero in avanti per coprire appena l’abbondante scollatura e, con i suoi occhi piccoli e vispi, divisi da un naso leggermente adunco e coadiuvati da labbra carnose e da una lingua sempre attiva, cercava di ammaliarlo irresistibilmente.

«Cugino, cugino» urlò Tobodil già inspiegabilmente alticcio, «ce l’hai fatta! Devi assolutamente provare questa, andiamo!»

Tobodil porse a Vanyn una pinta con all’interno uno strano liquido fosforescente. A giudicare dalle sue labbra, che riflettevano un po’ di quel blu, Vanyn considerò che fosse un alcolico molto potente. Guardò anche a Baran, impegnato a lambire la bocca di una giovane strega, e ritrovò su entrambi lo stesso bagliore luminoso. Esitò a bere.

«Non avere paura» lo tranquillizzò Desiré. «Questa è Doragon, una pozione ispirata al sangue di drago invecchiato di circa cinquant’anni. Sebbene non contenga alcun elemento appartenente ai vecchi sputafuoco, prova a riprodurne gli effetti benefici che quell’antico fluido donava a corpo e spirito. È stata la stessa Doremdil a idearlo, quando non poté più dissetarsi alla fonte principale e le serviva qualcos’altro che fosse d’aiuto al suo grande potere.»

Vanyn non si lasciò convincere e continuò a esitare. Cadde solo quando, per incitarlo, Desiré gli strappò di mano il boccale e sorseggiò a lungo la sua Doragon, restituendogliela dopo avergli scoccato un bacio. A quel punto, infervorato da un simile gesto e con il forte sapore della Doragon che gli pizzicava la lingua, Vanyn bevve tutto d’un fiato sotto gli occhi della strega.

Il principe esaurì fino all’ultima goccia di pozione e si trovò in una condizione mai sperimentata prima: di colpo, gli sembrò che tutto ciò che lo circondava si muovesse lentamente, e un’improvvisa euforia fece sì che in breve si autoproclamasse l’Aureo più importante di quel tempio. Insultava e canzonava i presenti, bestemmiava, rideva a crepapelle… a un certo punto fu talmente tronfio di sé da voler saggiare le proprie capacità fisiche colpendo duramente il tavolo con un pugno, quasi spaccandosi la mano e senza provare dolore. Sudava molto e, per la prima volta in vita sua, provava un enorme appetito sessuale. Desiré lo sapeva; gli prese la mano e gli sussurrò all’orecchio di seguirla.

I due si alzarono dal tavolo tra le risate di scherno dei presenti. Vanyn, ubriaco e molesto, tirava per raggiungere il luogo appartato indicatogli dalla strega e non si accorse che quest’ultima si voltò verso Tobodil elargendogli un compiaciuto cenno d’intesa. Il principe consacrava le sue attenzioni a un lungo drappo violaceo alle spalle del quale, nascosto alla vista dei presenti, si celava il divanetto privato promessogli dalla strega. In quel momento non riusciva a pensare ad altro: i due si defilarono e fu chiaro a tutti che lì sarebbe stata colta per la prima volta la verginità dell’erede al trono degli Aurei.

Una volta spariti dalla loro vista, Tobodil guardò a Baran. L’amico era estremamente su di giri, forse anche più di lui, ma biascicò con soddisfazione alcune parole prima di ritornare a sollazzarsi: «La principessa ha ottenuto il suo principe. Adesso è in debito con noi, fratello, è in debito per sempre!»

Brindarono e si scolarono altri sorsi di Doragon. Dopodiché si alzarono dal tavolo, ciascuno con la propria accompagnatrice, e tutti insieme si recarono oltre le tende del peccato, adibite al più estremo e intimo dei piaceri.

 

Continua…

 

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.