Pride – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

Prologo

C’era una volta, nella lontana isola di Maccuur, una bellissima e maestosa Cittadella di Luce.

Le mura esterne erano alte e bianche, con ornamenti dorati a forma di Sole distribuiti sui pilastri lungo tutta la collina, e riflettevano le luci del giorno spandendole fino al porto della Grande Riva, la città sottostante. Anche gli interni erano luminosi: il bagliore penetrava dalle finestre riscaldando sontuose tavolate interamente ricoperte di cibo pregiato, e quando invece s’imbatteva in una camera da letto buia, protetta dalle migliori tende di Rugasia, ecco allora che candele aromatizzate, sorrette da oro e argento, facevano la loro comparsa per rischiarare l’ambiente.

Quella era la casa degli elfi Aurei, la nobile stirpe che da secoli aveva abbandonato il Continente per evitare la convivenza con gli Umani. Belli, con lunghi capelli biondi, occhi chiari e pelle candida, gli Aurei erano abilissimi guerrieri immischiati con la magia, contraddistinti dalla loro singolare longevità: per due decadi, infatti, crescevano esattamente come i mortali, ma al compimento del ventunesimo anno di età, il tempo cominciava a rallentare inesorabile, donando loro una lunghissima esistenza. La chiamavano Nuova Vita e, per questo motivo, le poche centinaia di Aurei presenti a Maccuur si mostravano tutte con aspetto giovanile. L’eccezione era costituita dai saggi millenari, che apparivano più maturi ed erano al mondo già nell’epoca in cui gli elfi abitavano ancora i boschi incantati al di là del mare.

Alla densa e caotica Grande Riva, invece, abitavano i Manilunghe. Schiena ricurva, braccia pelose allungate fino alle ginocchia, dita estremamente affusolate e viso ancora vagamente intriso di tratti scimmieschi, erano lontani parenti degli Umani, nonché i veri indigeni di Maccuur. Nel corso delle epoche, i Manilunghe avevano vissuto allo stato selvaggio stando attenti solo a procacciarsi cibo a sufficienza per sopravvivere, ma con l’avvento degli Aurei erano stati civilizzati, e avevano finito con il servire come operai e mercanti sotto la guida delle Squadre della Luce, le ronde di elfi a capo della città.

Avevano stabilito, Aurei e Manilunghe, un sistema di convivenza solido: da un lato, ai Manilunghe veniva garantita un’istruzione minima e l’innalzamento del proprio stile di vita; dall’altro, gli elfi guadagnavano una consistente manodopera, che gli avrebbe permesso di plasmare l’isola secondo il proprio gusto del bello. Era un accordo costruito nel tempo, quasi impossibile da scalfire, che il più delle volte premiava la razza più forte.

Eppure, quando il Re e la Regina degli Aurei scoprirono di aspettare un erede, tutto cambiò. E Maccuur non fu più la stessa…

Capitolo I

«Sudicie bestie! Re Vanyn dovrebbe farvi ammazzare!»

Reel attraversava un vicolo della Grande Riva, scansando pozzanghere di piscio dall’odore nauseabondo e imprecando ogni qualvolta il suo sandalo calpestava la mattonella sbagliata. Aveva intrecciato le lunghe braccia stringendo al petto il suo tesoro, per proteggerlo dalle incursioni dei ladruncoli dei bassifondi che già una volta gli avevano sottratto una preziosa tracolla, piena di monete d’argento. La lingua di camaleonte drago, racchiusa in una boccetta di vetro, gli era costata quasi due giornate di lavoro, ma il mercante rugasiano gliel’aveva venduta dopo averla tagliata con un falcetto in sua presenza, certificandone l’autenticità.

«Fermi tutti! Arriva il gran signore!» lo canzonarono dei Manilunghe alticci, vedendolo passare davanti alla loro osteria all’ingresso della piazza centrale.

«Che cosa porta il gran signore?» domandò uno di quelli, avvicinandosi e strattonando la tunica di Reel con le dita pelose sporche di olio.

«Giù le mani, bestia!»

Reel tentò di divincolarsi con la forza, ma finì con il perdere l’equilibrio e cadere di schiena per proteggere la boccetta. Un paio di Manilunghe, esaltati dalla scena, abbandonarono il proprio tavolo e gli andarono incontro, saltellando e sputandogli addosso.

«Avete sentito? Ci chiama bestie! Venite, venite!»

Reel provò odio. Più ci pensava, più non riusciva ad accettare l’idea di condividere metà del suo sangue con quegli animali. «Ancora per poco», pensava, mentre i primi calci cominciavano ad arrivargli ai fianchi, alla schiena. Per sua fortuna, intravide presto due corde luminose attorcigliarsi al collo dei manigoldi e, in men che non si dica, questi vennero sbalzati via. Era arrivata una Squadra della Luce, nella sua formazione d’ordinanza: c’era un capitano, ammantato d’oro e protetto da un’armatura lucente, e tre soldati ricoperti d’argento. Il terzo Manilunghe, vedendo l’agguerrito quartetto di elfi, se la diede a gambe correndo a perdifiato. Non era insolito assistere a pestaggi di Manilunghe da parte delle Squadre, e lo era ancora meno quando i primi davano sfoggio delle loro peggiori qualità, disturbando la quiete pubblica e vandalizzando le strade.

«Aiutatelo a rialzarsi» ordinò il capitano ai suoi.

Reel afferrò la mano di un soldato, e dopo essersi rimesso in piedi, non poté fare a meno di notare che questi s’era affrettato a pulirsela sul fianco del pantalone. Ingoiò la sua amarezza e rivolse la sua frustrazione verso gli sciocchi aggressori.

«Spero che questa feccia venga giustiziata come merita!»

«Beh, certo che no» gli rispose pacato il capitano. «Per le liti tra voi Manilunghe, non è prevista alcuna pena del genere. Certo, se chiedessi direttamente a Sua Maestà, magari…»

«Non oserei!» replicò Reel, infastidito dall’allusione alla sua condizione. «Se verranno chiusi nelle segrete, come da legge suprema del regno, mi basta.»

Fece per andarsene indispettito, ma prima si accostò ai due prigionieri, ancora inginocchiati, e a bassa voce li minacciò: «Verrò a trovarvi molto presto, state tranquilli.»

La Cittadella ora gli stava davanti, e Reel avanzava lesto tra gli occhi di scherno dei Manilunghe. Indossare quella tunica insozzata fu un’umiliazione, e gli andò anche peggio quando, una volta giunto al cancello d’ingresso, gli furono scaricati addosso litri e litri di acqua dalle guardie elfiche, costringendolo a camminare bagnato fradicio per il cortile, per lavar via lo sporco di città. A testa bassa, mentre ripeteva tra sé e sé che l’avrebbe fatta pagare a tutti coloro che l’avevano maltrattato, imboccò la stradina per la torre di Desiré, la strega. Era la più alta della Cittadella, e anche l’unica a essere staccata dal resto delle torri, collocata su una punta rocciosa e accessibile solo da un cancello esterno alla dimora elfica. Reel salì gli scalini a chiocciola fino in cima, ancora gocciolando sul pavimento, e quando li ebbe scalati tutti bussò con le sue grosse nocche.

«Avanti, giovane amico» sentì dire dall’interno.

La porta si spalancò da sola. Seduta su di una sfarzosa sedia, al centro della stanza, c’era la bella Desiré, vestita con un morbido tessuto bianco dall’ampia scollatura, che ne risaltava le forme generose. Il suo sguardo, quasi inespressivo, incuteva timore, e a ragione: era la più potente tra gli Aurei, colei che maggiormente aveva appreso e sviluppato le arti magiche e le aveva messe al servizio del regno. Aveva, tuttavia, una pessima reputazione: secoli addietro era stata la focosa amante del Re Vanyn, e tuttora leggende sui loro rapporti carnali si tramandavano nelle locande, cantate da menestrelli eccessivamente libertini e irriverenti. Fu lo scandalo più grande nella storia della casa reale, e quando finalmente il Re riuscì a liberarsene, dichiarandosi vittima di un poderoso filtro d’amore, la Regina Yotar non poté concedere il suo perdono alla strega, ma pretese che fosse relegata in uno spazio defilato della Cittadella, troppo potente per essere esiliata, e allo stesso tempo troppo pericolosa per essere reintegrata.

«Hai portato ciò che ti ho chiesto?» domandò la strega.

«Sì! Una lingua di camaleonte drago! Eccola!»

Reel poggiò la boccetta sul tavolo. Vedendola, Desiré si alzò. Con un movimento della mano, fece scivolare un piccolo calderone dal muro al centro della stanza, scostando la sua sedia allo stesso modo. Lo toccò due volte con l’indice, e il calderone s’ingrandì a tal punto da poter contenere un orso bruno.

«Che aspetti? Entraci» gli ordinò.

Reel esitò per un istante. Non era abituato ad assistere con i propri occhi a magie di quel livello, ma alla fine trovò il coraggio e si arrampicò sul bordo, cadendo rovinosamente nella grossa pentola. Dal basso verso l’alto, riusciva a vedere solo il soffitto e il volto della strega.

«Cominciamo» lo esortò lei. «Dinanzi agli dei, dinanzi ai potenti spiriti della natura, chi sei tu, che ti presenti al loro cospetto?»

«Mi chiamo Reel, miei Signori, figlio d’Umano e di Manilunghe.»

Desiré schioccò le dita, e dal nulla il calderone si riempì d’acqua quasi fino all’orlo, lasciando scoperta solo la testa di Reel.

«Figlio d’Umano e di Manilunghe… adesso sei sotto la protezione del regno degli elfi. Rinunci tu a ciò che sei?»

«Rinuncio!»

La mano della strega lasciò cadere della polvere rossiccia all’interno del pentolone, cambiando rapidamente il colore dell’acqua. Stava diventando più calda, e Reel cominciò a percepire delle leggere ustioni sul corpo, digrignando i denti per reprimere il dolore.

«Come mortale, come essere destinato a compiere un percorso ordinario di vita e di morte, ammetti tu, Reel, che non esiste metodo alcuno che possa ribaltare tutto questo?»

«Ammetto.»

Desiré acciuffò al volo delle forbici che aveva fatto fluttuare in aria dal suo tavolo, e si tagliò una ciocca di capelli biondi, gettandola all’interno del calderone. Dopodiché, fece comparire nella sua mano una pergamena sigillata con un laccio d’oro, immergendola poi nell’intruglio.

«Io, Desiré, ti condanno a un’esistenza in cui non sarai mai più visto per ciò che sei! Accetti di legarti indissolubilmente a me, alle condizioni di cui siamo i soli testimoni?»

«Lo accetto!» gridò Reel con decisione, mentre sentiva il corpo andargli a fuoco.

Desiré gettò la lingua di camaleonte drago nel calderone e fece un passo indietro. Una nube di vapore occupò l’intera stanza, per poi diradarsi una volta che la strega l’ebbe contenuta e sigillata in una speciale tazzina da tè.

Il calderone era sparito. Al centro della stanza, stava ora un giovane nudo. Aveva la schiena dritta, lunghi capelli biondi, occhi chiari e braccia e mani perfettamente proporzionate.

Ce l’aveva fatta. Reel era diventato un elfo.

Continua…

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.