Ray Owlers and the Red Sparks – Prima Parte – Luigi Formola

Prologo – Downmoon

BlackBay Side, Nord America.

La sabbia sotto i suoi piedi era fredda e nera, e sapeva che sarebbe stata così. Non si aspettava nulla di diverso. Il vento gelido penetrava nei fori della sua lunga giubba marrone consumata dal tempo, ricordandogli che nulla sarebbe stato caldo da quel momento in poi. I granelli di sabbia s’insinuarono tra le dita dei piedi, trasmettendo al suo corpo tutta l’umidità di una terra che non era illuminata dal sole da lungo tempo. I suoi occhi erano secchi e stanchi per la salsedine e il vento; li strofinò con forza, calò il cappuccio che copriva la sua testa e per un breve istante restò fermo, in piedi, a guardare il buio in cui era avvolta la città lontana: BlackBay Side.

Era inutile provare a scorgere qualcosa che fosse familiare: un mondo di migliaia di vite, misteri e segreti si celava in lontananza dietro quell’ammasso di cemento indistinguibile a occhio nudo nel buio della primanotte.

L’acqua sul bagnasciuga raggiunse i suoi piedi e si voltò di scatto. L’oceano alle sue spalle faceva sentire con prepotenza la sua presenza, ma, escluso lo sciabordio dell’acqua, null’altro confermava che fosse lì.

Il nulla dietro di lui. L’ignoto davanti a lui.

Il punto in cui la sua piccola barca a remi si era arenata era pericoloso e sconosciuto. Non sapeva dove sorgesse la prima casa di Downmoon, il quartiere di BlackBay Side confinante con l’oceano, ma il vento che continuava a soffiare forte senza andare a sbattere contro alcun edificio, gli confermava che la spiaggia si estendesse per miglia e miglia. Non aveva dimenticato che gli Esploratori e i Difensori dell’Oltrecosta scandagliavano ogni singolo angolo di mare e di spiaggia. Non avrebbero impiegato molto a trovarlo e a spedirlo nelle prigioni di Sankers Town, dove molti dei suoi compagni erano stati rinchiusi.

Dopo aver viaggiato a lungo, per la prima volta, si sentì perso.

Cadde esausto sulle ginocchia e affondò le mani nella sabbia dura e tagliente come roccia e vetro. Mettere piede sulla terraferma avrebbe dovuto sollevarlo da tutta l’angoscia che era montata man mano che si avvicinava a BlackBay Side dall’Oltrecosta. Invece, adesso che aveva la certezza che tutto fosse reale, iniziarono a sorgere i dubbi.

Ma prima che le domande e l’agitazione potessero prendere il sopravvento sulla lucidità che aveva mantenuto per tutto il suo viaggio, riuscì a rimettersi in piedi e a indietreggiare di alcuni passi verso la sua piccola barca.

«Brutto tempo per andare a pesca.» una voce si avvicinò a lui da un punto indefinito della spiaggia: il rumore del mare aveva coperto i passi dell’uomo. «Le previsioni sul BlackBay Chronicles dicono che ci sarà pioggia per tutta la prima e la secondanotte

Con gli occhi puntati nel buio, cercò a tentoni con le mani una sacca nella sua barca.

«Già, è da pazzi uscire in mare proprio adesso.» rispose, cercando di mantenere un tono calmo e che non destasse sospetti. Non poteva sapere chi fosse quell’uomo: un semplice pescatore, un cittadino di Downmoon che passeggiava al chiar di luna, o ancor peggio qualcuno addetto all’Esplorazione e Difesa dell’Oltrecosta. Non aveva alcuna Piccolastella puntata addosso a illuminare la sua posizione, ma ciò non significava nulla. Non doveva permettersi imprudenze.

Ancor prima che la voce nel buio avesse un volto, aveva trovato ciò che cercava all’interno della sua sacca: il sensore per il Cronoblio. Negli ultimi anni aveva dovuto usarlo di continuo e non sapeva quanto a lungo avrebbe ancora funzionato. La primanotte in cui l’aveva rubato a Donald Warwick, capitano dei Guardiaronda, era lontana. Molto lontana.

Mise il sensore per il Cronoblio nella tasca della sua lunga giubba marrone e coprì di nuovo la testa con il cappuccio. Era certo che, chiunque fosse l’uomo che si stava avvicinando a lui, sarebbe rimasto impietrito dal terrore vedendo il suo viso.

«Ti serve aiuto con la barca?»

«No, la ringrazio, stavo rientrando.»

«Rientrando?» disse la voce che adesso era a pochi metri di distanza. «Il porto è lontano, qui non c’è alcun attracco per le barche.»

Un momento di silenzio intercorse tra i due. I passi dell’uomo, adesso, erano chiari e ben definiti. Strusciava i piedi sulla sabbia, con fare stanco e pesante.

«Sicuro di non esserti perso? Sai, con questo buio è facile che accada.» una risata profonda accompagnò le parole dell’uomo. Era quasi a ridosso della piccola barca, ma riusciva a vedere solo la sagoma di un uomo alto e incappucciato.

«Come mai non indossi gli abiti come da regolamento?» La voce dell’uomo era calma e allo stesso tempo piena di curiosità. «Sei proprio sicuro che non hai bisogno di una mano?»

«Le ho detto che va tutto bene!» rispose in tono seccato. E non era quella la direzione da seguire per evitare che l’uomo scappasse e potesse dare l’allarme della sua presenza. «Indosso questa giubba per ripararmi dal freddo…oggi il vento è terribile.» aggiunse con voce più rilassata.

«Sì, ma finché non sei in mare è contro il regolamento.»

L’uomo che si avvicinava venne illuminato debolmente dalla luce della luna, e finalmente, da sotto il cappuccio, l’uomo vicino alla barca riuscì a vedere chi fosse. Indossava la camicia bianca e i pantaloni neri come tutti gli abitanti di BlackBay Side. Al suo braccio era stretta una sola fascia nera: l’uomo era nel ciclo di vita d’andata. Aveva i capelli bianchi e una folta barba non curata. La camicia stringeva sulla pancia, che strabordava dalla cintura dei pantaloni. Il volto bianchiccio era segnato da rughe che increspavano ogni lineamento, come se il vento e il sale, nel corso degli anni, avessero lasciato una loro traccia indelebile.

Non vi era alcun dubbio, quell’uomo grosso e vecchio era un pescatore di Downmoon vicino alla fine del suo ciclo di vita d’andata.

«Lo so che è contro il regolamento, ma ho una brutta influenza, e non posso permettermi il lusso di non pescare… ogni Berillo guadagnato è prezioso.»

«Ma se dovessero vederti con questa giubba dovresti pagare più Berilli di quelli che guadagni vendendo il pesce. Una violazione che ti costringerebbe a pescare per settimane intere senza intascarti nulla.»

L’uomo sorrise e, abbassando lo sguardo, notò i piedi nudi immersi nella sabbia di chi gli stava di fronte; da sotto il cappuccio anche l’altro sorrise per non mostrarsi agitato.

«Sei fortunato ad aver incontrato me, non sono uno di quelli che spiffera tutto ai Guardiaronda o ai Difensori dell’Oltrecosta. Noi abitanti di Downmoon dobbiamo guardarci le spalle l’un l’altro.»

I due uomini erano faccia a faccia, e l’anziano pescatore poté sentire tutto il fetore di chi non si lavava da mesi. Ma, sapendo quanto la povertà fosse dilagante nel quartiere di Downmoon, non si stupì, e non fece parola di quell’odore acre che si confondeva al buon odore di mare.

«Adesso però conviene che tu la tolga.» disse l’uomo indicando la giubba. Non vi fu alcuna risposta, e l’anziano pescatore, credendo che l’uomo incappucciato non avesse sentito le sue parole, stava per ripeterle. Era impossibile non sentire la voce di un uomo a meno di un metro di distanza con tutto quel silenzio. Il pescatore stava per parlare di nuovo, quando un suono provenne dall’interno della piccola barca, catturando la sua attenzione. Ne seguirono altri uguali subito dopo, e il pescatore si avvicinò per controllare cosa fosse. Un suono del genere non l’aveva mai sentito prima.

L’uomo incappucciato non ebbe scelta. Quella conversazione non sarebbe terminata in modo pacifico se non avesse agito. Tastò il sensore per il Cronoblio nella sua tasca. Non aveva alcuna voglia di usarlo. L’anziano pescatore di Downmoon si era rivelato più gentile e comprensivo di quanto potesse immaginare, ma non aveva alternative.

Si calò il cappuccio, e nonostante il buio fosse dilagante, giurò di aver visto chiaramente ogni singolo centimetro del volto del vecchio pescatore impallidire ancor di più di quanto già lo fosse.

«Tu!» ebbe la forza di esclamare l’uomo. «Tu sei…»

«Sono colui che deve tornare.»

«N-non è possibile.» balbettò l’uomo. «Il tuo volto è…» e ancor prima che potesse finire la frase era già accaduto l’irreversibile.

L’uomo con la giubba fece uno scatto in avanti, estrasse il sensore per il Cronoblio dalla tasca e lo posizionò rapidamente contro la tempia destra dell’anziano pescatore. Il sensore era un piccolo cerchio di metallo con al centro un diamante trasparente. Una piccola luce argentata comparve al centro del sensore e, pochi istanti dopo, gli occhi dell’uomo divennero due fari dello stesso colore argentato. Tutto durò meno di dieci secondi.

«Mi dispiace.» L’uomo con la giubba indossò nuovamente il cappuccio, mentre l’anziano pescatore restò fermo, immobile, davanti a lui, come se la vita gli fosse volata via. Il sensore per il Cronoblio aveva strappato dalla sua mente le ultime ore della sua primanotte: si sarebbe ripreso dopo pochi minuti, e non avrebbe ricordato nulla dell’incontro appena vissuto.

Ma ciò non avrebbe garantito la salvezza all’uomo incappucciato se non si fosse allontanato dalla spiaggia. Doveva agire in fretta. Prese dalla barca i pochi oggetti che aveva con sé. Oltre alla sacca contenente ciò che restava dei suoi viveri, trasportava un piccolo oggetto dalla forma cubica coperto da un telo nero, sotto il quale era impossibile vedere cosa ci fosse. Eppure, dal modo cauto e preciso in cui lo maneggiò, sembrava fosse la cosa più importante al mondo. E lo era. Appoggiò tutto sulla sabbia bagnata con delicatezza. Spinse la piccola barca verso il mare aperto, sperando che il destino, almeno una volta, lo aiutasse e la conducesse a largo, dove nessuno, né i pescatori, né gli esploratori e difensori dell’Oltrecosta avrebbero potuto trovarla.

Sistemò la sacca sulle sue spalle, guardò l’anziano pescatore fermo e immobile, gli chiese nuovamente scusa e staccò dalla sua tempia destra il sensore per il Cronoblio, che scintillò debolmente. Si era spento per l’ultima volta. Nessun filamento argentato crepitava al centro del diamante trasparente. Non avrebbe più potuto usarlo. Lo infilò ugualmente in tasca, poi strinse in una mano l’oggetto coperto dal telo nero, e scomparve nel buio della primanotte.

Dietro di lui, le sue impronte sulla sabbia, che il vento avrebbe cancellato dopo pochi minuti. Davanti a lui, una nuova avventura.

Capitolo Uno – La Primanotte

Nella penombra della classe, tutti gli studenti dell’ottavo livello di Blackmoon seguivano con attenzione le parole del Professor Astarot. Nonostante la luce dell’intero livello fosse ancora al minimo, erano già tutti svegli e attenti.

Tutti tranne uno. Un ragazzo mingherlino e pallido, con i capelli neri e arruffati che puntavano milioni di direzioni differenti, e occhi scuri e profondi come un pozzo senza fine, era seduto tra i banchi della gremita classe di Geografia dell’altro mondo. A guardarlo da lontano, magari dalla cattedra sopraelevata dietro cui sedeva a fatica il piccolo professor Astarot, o incontrandolo per caso durante una secondanotte al chiosco degli Scrocchiamumù a MarketMood, sembrava un ragazzo qualunque del ciclo di vita d’andata.

Eppure, qualsiasi cosa facesse, o in qualsiasi posto andasse, come se camminasse con una Piccolastella tra le mani a indicare la sua posizione, aveva sempre tutti gli occhi puntati addosso.

Nessun altro studente di Blackmoon aveva la sua stessa aura di curiosità e mistero. Certo, anche suo fratello minore Sid era oggetto di occhiatine e mormorii al suo passaggio nei corridoi della grande scuola, ma Sid, a differenza dell’altro fratello, non chinava la testa e fingeva di non sentire quando qualcuno bisbigliava cattiverie sugli Owlers o sui Bodyen. Sid rispondeva a tutti con un pugno ben assestato sul naso e nessuno osava farsi rivedere in giro a parlare di lui.

Per questo motivo tutti s’interessavano sempre dello studente più silenzioso e riservato dell’ottavo livello che, all’inizio di questa storia, prima che una serie di eventi trasformasse le sue prime e secondenotti in una continua ricerca, sedeva annoiato al suo posto a scuola, fingendo di ascoltare la lezione del professor Astarot.

Il suo nome era Ray Owlers, e lui voleva solo essere un ragazzo qualunque. Ray avrebbe trascorso intere primenotti a parlare del Waterball con i suoi compagni di scuola, ad ascoltare i racconti di suo padre quando tornava dopo settimane di lavoro da Sankers Town, a osservare il cielo stellato con Sid sdraiato sul prato del giardino di casa, al 27 di Gloomer Street. Invece, non era così. Doveva sempre essere cauto e non destare il sospetto che facesse qualcosa che violasse il regolamento. L’attenzione intorno a lui, però, era soltanto il frutto di uneco lontana delle gesta dei Red Sparks. I ribelli, come li chiamavano tutti senza usare il nome che si erano scelti. Ma né a Blackmoon, né in qualsiasi altro posto, anche nelle caverne più nascoste delle montagne di Takoda, era consentito parlare di loro. A nessuno era dato sapere cosa fosse successo tredici anni prima a causa dei ribelli. L’unica informazione che era sfuggita al controllo della Regina Adelia e al Dipartimento dei Segreti Reali, era stato il nome di Shane Bodyen, fratello di Cleo Bodyen, la madre di Ray.

Solo un nome, e nient’altro. La Regina Adelia aveva ordinato ai Guardiaronda di infliggere il Cronoblio totale a tutti coloro che avessero raccontato, o anche solo accennato, al tragico evento che aveva minato la tranquillità di BlackBay Side quando Ray era solo un bambino. La paura e il timore di diventare dei Senzanima venne quindi instillato in tutta la popolazione. Ne seguì un silenzio totale, e nessun altro osò più pronunciare a voce alta il nome di Shane Bodyen e dei Red Sparks.

Nemmeno Ray conosceva cosa avesse trasformato i Bodyen nella casata più odiata di tutta BlackBay Side. Ray cercava solo di vivere la sua vita come qualsiasi altro ragazzo, ma era sempre considerato come il diverso, lo strambo, un discendente dei Bodyen, e anche quando provava con tutta la volontà ad essere uno dei tanti, non sempre riusciva nel suo intento.

Quella primanotte, ad esempio, provò a interessarsi alle parole del professor Astarot come tutti gli altri studenti, ma fallì miseramente e si arrese presto. Ray era seduto al suo banco, al centro dell’aula insieme a Goo Carter, e chinò la testa per non mostrare che avesse sonno, ma esplose in una sequenza di sbadigli che si ripeterono a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro.

L’attenzione di Ray calava sempre più anche a causa dell’incomprensibilità della maggior parte delle parole pronunciate da Astarot: nelle ultime settimane, il professore aveva perso altri tre denti, e le sue lezioni erano diventate sempre più complicate da seguire.

«Secondo avvistamenti da parte dei membri del Dipartimento di Esplorazione e Difesa dell’Oltrecosta, un Karbuti riesce a mimetizzarsi sulla terra ferma per circa diciannove ore, prima di aver bisogno nuovamente di entrare in contatto con acqua o fanghiglia.» Le parole uscivano dalla bocca di Astarot incomplete e impastate con la saliva che riempiva la sua bocca.

«Per questo motivo bisogna saper riconoscere le caratteristiche fisiche degli europei. Un Guardiaronda che era di vedetta al porto, giù a Downmoon…» e dicendo questo il professor Astarot guardò con disprezzo in direzione di Goo Carter, «si accorse di aver trascorso un’intera secondanotte di fianco a un mutante anfibio, solo quando vide una bottiglia d’acqua fluttuare nell’aria davanti a una parete.»

Nadine Hailsea, seduta tra i banchi in prima fila, alzò subito la mano per fare una domanda, ma Astarot mal sopportava chi interrompeva il filo del suo discorso.

«Lo so cosa vuole chiedermi, signorina Hailsea, ma mi dispiace deluderla. Il Guardiaronda, in quel caso, non stava assistendo a una manifestazione del Sapere Perduto…» Un borbottio serpeggiò tra i banchi e ridestò Ray; era perso nei suoi sogni a occhi aperti e non seguiva più ciò che raccontava Astarot, ma quel sibilare poteva avere un solo significato: si parlava di qualcosa di cui non era concesso parlare in modo libero.

«Silenzio!» gracchiò il professore sputacchiando la saliva che non riusciva a trattenere in bocca. «La bottiglia d’acqua non fluttuava per opera del Sapere Perduto. La risposta è molto più semplice, stupidi ingenui. Il Karbuti era sempre stato lì, di fianco alla parete, mimetizzato con l’ambiente, e alla vista dell’acqua si era tradito per idratarsi. Il nemico era sempre stato lì, a un passo dal Guardiaronda.»

Nadine Hailsea fremeva per fare altre domande, sin dal primo livello era sempre stata propensa a scoprire tracce del Sapere Perduto in ogni disciplina, e sollevò di nuovo la mano ergendola al di sopra dei suoi lunghi boccoli castani.

«Non ora.» Furono le uniche parole di Astarot prima di continuare nella sua dissertazione; Nadine sapeva che insistere avrebbe significato finire direttamente nell’ufficio del preside Starling per una punizione, e tornò a prendere appunti, spostando il suo quaderno quanto più vicino alla luce flebile del monolumo, la lampada posta sul suo banco. Astarot restò alcuni secondi in silenzio per ritrovare il punto in cui si era fermato, e, come un disco che ripeteva la stessa cantilena senza variazioni da oltre centocinquant’anni, riprese a parlare dei Karbuti, gli uomini d’acqua dell’Europa, e delle loro mutazioni.

L’intera classe tornò a seguirlo senza fiatare.

Tutti, tranne Ray. Il breve barlume d’interesse scaturito dal sentir parlare del Sapere Perduto si era già spento: sbadigliò ancora una volta a bocca spalancata, dimenticandosi di chinare la testa per non farsi vedere da Astarot dall’alto della sua cattedra, e allentò la fascia nera che stringeva il suo braccio destro. La sistemò sopra la camicia bianca, e appoggiò la testa sul banco continuando a fissare il nulla oltre la finestra.

La sua unica speranza di vedere qualcosa che non fosse il buio era il cielo. Le stelle erano tutto ciò che riusciva a tenerlo sveglio durante la noiosa lezione di Geografia dell’altro mondo del Professor Astarot; era la terza volta che dall’inizio dei corsi dell’ottavo livello spiegava l’Europa e i Karbuti che la popolavano, e Ray non aveva alcuna voglia di ascoltare.

Dopo pochi minuti era già di nuovo perso nei suoi pensieri e osservava, attraverso la grande finestra circolare dell’aula, il buio in cui era immersa BlackBay Side. Per strada, la fioca luce dei lampioni illuminava il viale che conduceva al cupo ingresso della scuola e nient’altro.

Ray ebbe la sensazione che qualcosa fosse volato al di là del vetro della finestra, ma era impossibile: non riusciva a scorgere nulla. Le strade erano vuote e pulite come sempre a quell’ora della primanotte. Gli Spazzastrada avevano raccolto tutti i sacchetti d’immondizia poggiati dalle famiglie sul ciglio del vialetto di casa, e avevano lasciato il quartiere nel silenzio assoluto.

Tutte le case erano vuote. Tutte le luci spente.

L’unico faro nella primanotte era Blackmoon, la scuola: un’enorme struttura rettangolare di undici piani con finestre rotonde, sempre più grandi di livello in livello. Le pareti esterne erano tinteggiate di nero, mentre tutti gli interni, dalle mura ai banchi, dagli armadietti ai pavimenti, erano di colore grigio topo. Soltanto la luce emanata dai monolumi sui banchi e i neon lungo i bordi della lavagna riuscivano a donare un briciolo di luminosità alla classe. I monolumi avevano la forma di piccoli monoliti neri, ed erano regolati con un timer; l’intensità della luce aumentava con il trascorrere delle ore di lezione, permettendo agli studenti di abituare gli occhi a poco a poco alla presenza di una fonte luminosa. Il repentino passaggio dal buio della primanotte alla luce artificiale aveva spesso provocato attacchi di epilessia tra i bambini del primo e del secondo livello.

Blackmoon, nonostante ciò, rimaneva uno dei luoghi più illuminati della città, inoltre era come una seconda casa in cui i ragazzi iniziavano e finivano i loro studi; l’inizio del primo livello coincideva con il settimo anno del ciclo di vita d’andata dei bambini, poi avrebbero lasciato Blackmoon al raggiungimento del diciottesimo anno dello stesso ciclo. L’istituto era tra i più rinomati di tutto il Paese, ed era frequentato soltanto dai residenti del ricco quartiere Goreon o dai vincitori dell’Astoria, la borsa di studio offerta a coloro che provenivano da Takoda, Riverset e Downmoon, gli altri tre quartieri di BlackBay Side.

Il monolumo vibrò, l’intensità della luce che emanava aumentò gradualmente, e il banco su cui era poggiato il libro di Geografia dell’altro mondo fu illuminato quasi del tutto. Ray socchiuse gli occhi, riducendoli a due piccole fessure; cercò di continuare a focalizzarsi sulle stelle, ma la luce dei monolumi, riflettendo anche sul vetro della finestra circolare, aveva reso la notte nuovamente un buco che inghiottiva anche il cielo.

«Ray, alza la testa. Forza!» sussurrò Goo attraverso la sua immagine olografica. Goo Carter non era solo il compagno di banco ma anche il migliore amico di Ray. «Il professor Astarot sta guardando verso di noi.»

«Quest’argomento è una noia. Perché continua a spiegare le mutazioni che sono avvenute ai Karbuti in Europa?» disse Ray annoiato; sistemò nuovamente la fascia nera sulla camicia bianca, strofinò gli occhi con i palmi delle mani e tornò con la mente alla lezione.

«Perché è importante sapere riconoscere gli europei se dovessero arrivare sulle nostre coste. Hai sentito la storia di quel Guardiaronda… è sempre meglio essere preparati, sono pericolosi.» rispose Goo con il suo tono da studente modello.

Goo, era stato uno dei vincitori dell’Astoria quand’era un bambino del primo livello, e da quel momento in poi aveva dimostrato a tutti i suoi compagni di classe che non bisognava essere ricchi per essere intelligenti. I suoi genitori, Dustin e Bree Carter, erano poveri in canna, senza neanche l’ombra di un Berillo, ed erano costretti a fare entrambi gli Spazzastrada; avevano una piccola casa in Morose Avenue, giù a Downmoon, ed erano orgogliosi dell’intelligenza del loro Goodwin. Goo, però, nonostante i suoi discorsi da cervellone e i voti alti, soprattutto in Elementi base di Buiocontabilità, era goffo e impacciato, tanto da procurarsi il soprannome di Goofy.

«Lo sai anche tu che è impossibile, sono secoli che non arriva più nessuno da quella parte del mondo. Lo dicono anche i tuoi preziosissimi libri.» disse Ray sottovoce. Si scorse verso l’immagine olografica di Goo e la sua testa invase letteralmente il corpo proiettato dell’amico.

«Stai attento, Ray. Così Astarot si accorgerà che sono di nuovo a casa. Questa primanotte non ho dichiarato che avrei seguito le lezioni attraverso la proiezione olografica.»

«Scusa, è solo che prima mi è sembrato di vedere qualcosa fuori la finestra e…»

«Adesso basta!» tuonò il Professor Astarot sbattendo la sua piccola mano sulla cattedra. «C’è forse qualcosa di cui vuole discutere con tutta la classe, signor Owlers?»

Tutti gli studenti seduti ai banchi davanti a Ray si voltarono di scatto verso di lui e lo iniziarono a fissare come facevano sempre.

«No, Professore. Mi scusi. Chiedevo un chiarimento sulle paludi melmose di Berlino.» rispose Ray con la sua voce sottile, quasi impercettibile.

«Ripeta, signor Owlers. Io e l’intera classe non abbiamo capito, forse anche il signor Carter al suo fianco non è riuscita a sentirla.»

Una risata sommessa, rivolta a Ray dal resto della classe, fece da sottofondo alle parole del professor Astarot mentre, con le sue piccole gambe da bambino, scendeva lentamente i gradini che dalla cattedra sopraelevata portavano al centro della classe.

«Chiedevo a Goo… cioè a Goodwin, un chiarimento sulle paludi melmose di Berlino.» ripeté Ray facendo attenzione a non sovrapporre il suo braccio destro alla proiezione olografica di Goo.

«Mi dica, signor Owlers, le sembra forse che io sia stupido?» disse Astarot strisciando lentamente tra gli studenti; tutti seguivano con lo sguardo i piccoli passi del professore, trepidanti di sapere se, ancora una volta, lo strambo e stralunato Ray Owlers si fosse guadagnato una visita nell’ufficio del preside Starling.

«No, Professore… non avrei mai osato…»

«Silenzio!» la voce di Astarot divenne acuta e nasale, si avvicinò lentamente a Ray. «Lei non eccelle in perspicacia, signor Owlers. Ci sono domande cui non bisogna mai dare una risposta.»

«Domande retoriche, si chiamano domande retoriche.» disse prontamente Goo.

«Grazie, signor Carter,» disse Astarot con finta gratitudine. «quando tra cinque anni sarà finito il mio ciclo di vita di ritorno, e morirò, farò il suo nome… per la cattedra di Cose ovvie e come insegnarle

L’intera classe, questa volta, scoppiò in una fragorosa risata. Goo si passò una mano tra i capelli arruffati biondo cenere e cercò di non incontrare più lo sguardo del professore.

Ray fu l’unico, insieme a Silver Seville e al nuovo arrivato Dorian Trooly, a non ridere; guardò il piccolo professore, lo fissò negli occhi azzurri e sentì le sue gambe diventare molli.

Il professor Astarot poggiò, quasi a fatica, le mani sul banco di Ray e Goo alzandosi sulle punte dei piedi. La sua testa colma di riccioli d’oro superava di poco l’altezza del banco, ma ciò che più incuteva timore non era il suo aspetto da bambino, con la pelle liscia e i denti da latte che andavano a sostituirsi ai denti che l’avevano accompagnato per la sua lunga vita; ciò che rendeva il Professor Astarot inquietante erano le due fasce bianche che indossava al braccio destro sopra la sua camicia nera da fanciullo. Soltanto coloro che erano giunti agli ultimi dieci anni del ciclo di ritorno, e stavano per congedarsi dalla vita dopo duecento anni, avevano il diritto d’indossare la camicia nera. Il nero era saggezza, potere, conoscenza… dominio.

Ray continuò a sostenere lo sguardo di Astarot aspettando che il professore dicesse qualcosa; sapeva che Astarot era in attesa di una singola parola di troppo da parte di Ray per infliggergli una punizione e mandarlo da Starling. Ma Ray non disse nulla.

«Nel corso della mia lunga carriera ne ho visti tanti di Owlers. I tuoi fratelli, tuo padre, tuo nonno, il tuo bisnonno e suo padre. Insegno a Blackmoon da quando ero poco più che un ragazzo nel ciclo di vita d’andata, eppure nessuno della tua dinastia è mai stato così…» fece una lunga pausa, quasi a cercare il termine più appropriato per definire Ray, poi concluse, «sciocco.»

Ray spostò lo sguardo oltre Astarot e vide Trisha Malander ghignare tra i denti, per poi sussurrare qualcosa nell’orecchio di Xia Daragon che a sua volta sorrise con malevolenza.

«D’altro canto, non poteva essere diversamente. Lei, signor Owlers, è poco incline alle regole, uguale a tutti i Bodyen. Lei è ancora un sognatore… e cosa si dice sull’argomento?» chiese Astarot rivolgendo la piccola testa riccioluta agli altri studenti.

«I sogni hanno fermato la terra, i sogni sono fatti di colore e di calore. Il sole ci ha distrutto. Il buio ci ha salvato.» disse in coro tutta la classe. Anche Goo, controvoglia, non poté esimersi dal recitare la regola numero uno istituita sin dall’arrivo del buio totale.

Ray strinse i pugni sotto il banco. Sin da quando era un bambino continuava a sentirsi dire che era uguale ai Bodyen, e lui era fiero di somigliare a sua madre e alla sua dinastia. Ma non avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo a qualcuno.

«Ora,» disse Astarot «vada dal preside Starling, e riferisca che resterà in punizione per due ore della secondanotte, poi potrà tornare a casa.»

«Ma non ho trasgredito nessuna regola.» cercò di replicare Ray.

«Guardi il suo braccio destro, e mi dica se questa non è una trasgressione al regolamento mondiale.» sogghignò Astarot.

Ray si accorse che la fascia nera al suo braccio non c’era più, guardò ai suoi piedi e la vide. Si chinò prontamente per raccoglierla. Senza accorgersene, e dimenticandosi di fare attenzione, invase nuovamente lo spazio di Goo e la sua immagine olografica, rivelando così l’assenza in classe del suo miglior amico.

«Bene, bene, bene.» disse Astarot. Affrettandosi sulle sue piccole gambe, tornò alla cattedra. «Dal registro d’entrata non risulta che lei oggi abbia dichiarato di aver usato la proiezione olografica, signor Carter. Sta forse cercando di imbrogliare la scuola? Magari progettava di andare filato allo stadio per la finale di Waterball? Tutta BlackBay Side non attende altro… ma prima c’è il dovere, signor Carter. Perfino il signor Seville, è in aula questa primanotte. E lui avrebbe potuto assentarsi.»

Silver Seville si grattò la nuca imbarazzato. Non gli erano mai piaciuti i favoritismi, eppure sapeva quanto tutti i tifosi di Waterball fossero grati nei confronti di suo fratello Nebo per aver riportato la squadra dei Goreon Kings ai fasti di oltre un decennio prima.

«Nonostante tutto, il signor Seville è qui. Qual è la sua scusa?» ghignò Astarot tra i denti che non aveva.

Trisha Malander si voltò reggendo un fogliettino con su scritto “Goofy”, Xia Daragon continuò a ridere, poi sottovoce disse «Dovevi aiutare i tuoi genitori con l’immondizia?»

«Sei perfetto come Spazzastrada.» aggiunse Trisha Malander.

«N-no, professore, non è come pensa. N-non s-sono un tifoso, non seguo il Waterball. Ho solo dimenticato d-d’inviare la richiesta olografica.» balbettò Goo passandosi nuovamente la mano nei capelli, ignorando le due arpie che sedevano al banco davanti al suo.

«Sa che lei deve tutto a questa scuola, signor Carter. Se non avesse vinto l’Astoria probabilmente adesso si troverebbe in un istituto di Downmoon, con una pessima istruzione. Venga immediatamente qui, a scuola, e farà compagnia a Owlers nell’aula punizioni.»

Il professor Astarot riprese il libro di Geografia dell’altro mondo, e continuò a spiegare le mutazioni umane dei Karbuti.

«Scusa, Goo… non volevo procurarti una punizione.» disse Ray mentre si alzava e raccoglieva i suoi libri dal banco.

«Tranquillo, avviso mio padre che non posso aiutarlo e arrivo subito.»

«Ok, ci vediamo nell’ufficio di Starling.»

L’immagine olografica di Goo scomparve, e Ray uscì in silenzio dall’aula mentre tutti lo fissavano. Ormai non ci faceva più caso, sapeva ciò che pensavano tutti di lui, della sua famiglia, di sua madre e dei Bodyen.

Ray camminò sovrappensiero nel corridoio dell’ottavo piano e posò i libri nel suo armadietto. Gli sembrava ingiusto essere stato punito ancora una volta, soprattutto adesso che non aveva alcuna colpa; la fascia nera si era slacciata ed era caduta da sola, non era stato un atto di ribellione.

Si fermò davanti alla finestra vicino all’ascensore per andare nell’ufficio di Starling all’undicesimo piano, e osservò il cielo; conosceva ogni singola stella, la loro posizione, la loro distanza dalla Terra.

Ray aveva un vago ricordo, quasi sbiadito: quando era bambino, sua madre gli cantava, al chiar di luna, nel giardino di casa, Twinkle twinkle little star, per farlo addormentare. Una canzone che proveniva da un’epoca lontana, quando il tempo sulla terra era ancora suddiviso tra giorno e notte. Da allora le stelle erano tutto ciò che lo legava a sua madre. L’unico vero ricordo di lei.

Ray continuò a guardare in alto, e all’improvviso uno strano uccellino sfrecciò davanti ai suoi occhi; era stato un lampo, eppure Ray era riuscito a catturare i dettagli del petto e la fronte colorati di arancio, e il ventre bianco sporco.

L’uccellino librò ritornando sempre allo stesso punto, e Ray, attraverso il vetro della finestra che li separava, ebbe la sensazione che cantasse. Aveva un piccolo becco, due occhi più neri dell’universo e le piume erano di colore bruno oliva. Restò fermo alcuni secondi al di là della finestra, a pochi centimetri da Ray. Poi volò via, nel cuore della primanotte.

Ray sentì il suo stomaco rimescolare la sensazione di gioia e meraviglia. Sapeva che era impossibile. Doveva essere impossibile. Aveva letto in un antico libro di famiglia che cosa fosse quell’uccello, e non poteva esistere. Non lì, a BlackBay Side, in Nord America. Non lì, in quel tempo governato dal buio.

Ray non poteva crederci, eppure, aveva appena visto un pettirosso.

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Questo romanzo si compone di sei parti.

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L’AUTORE

Luigi Formola 27 luglio 1986. Musicista, scrittore e comunicatore. Nel 2013 studia sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Roma. Collabora attivamente con la NPE, come traduttore (Rambo, Origins of Comics) e autore (Bob Dylan – la risposta è nel vento, Milano Criminale, in veste di solo sceneggiatore su soggetto del giallista Paolo Roversi). Nel 2019, pubblica i romanzi Ray Owlers and the Red Sparks, Vol.1 (Resh Stories) e Il Paradiso d’Ottobre. Nel 2020 scrive due storie per l’antologia a fumetti Madala (Ehm Autoproduzioni).