Sloth – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

Prologo

C’era una volta, nel lontano regno di Perp, una piccola cittadina abitata da mercanti e pescatori.

Vivevano in casette di legno dai tetti neri e spioventi, contornate da curati giardini nei quali fiorivano a turno ciliegi, peonie e fiori di loto. All’esterno, appena oltre gli steccati, avevano strade in selciato che s’intersecavano in modo ordinato, battute al mattino da una moltitudine di carretti che confluivano verso la Strada dei Monoliti, l’arteria principale di quel luogo.

Qui, lungo una larga via in basalto che scendeva dritta verso il porto, si ergevano sui lati grosse pietre di origine vulcanica, disposte in fila. I blocchi torreggiavano sugli avventori del mercato del pesce e parevano scortarli per gran parte del tragitto. Erano neri come il carbone, robusti e primitivi, e si esaurivano solo una volta giunti sul lungomare, permettendo ai gazebi strapieni dei pescivendoli di prendere il sopravvento sulla loro attenzione.

Con il mare d’oriente a far da sfondo, il mercato si svolgeva in una completa baraonda, frequentato da acquirenti pervenuti da tutto il circondario: c’erano ristoratori della capitale, ambasciatori di chef stranieri e uomini danarosi che si contendevano il miglior pescato della settimana, rilanciando grosse somme di denaro per accaparrarsi i tonni e i salmoni banditi all’asta. Ma c’erano anche aringhe, merluzzi e sardine talmente abbondanti da far impallidire qualsiasi altra piazza ittica del Continente.

Quell’eccedenza, senza ombra di dubbio, nascondeva un segreto, e quel segreto non era altro che il vulcano Atoyuk. Si trattava di una montagna imponente, la più alta di Perp, con le vette spesso innevate e il dorso scuro ricoperto di sassolini neri, simili a olive mature. Era sopito da secoli, e distava dalla cittadina appena un paio d’ore di cammino; le acque e le terre limitrofe giovavano della sua presenza ricavandone una fertilità e una ricchezza senza pari.

Quella era una regione remota, dove la vita scorreva decisamente tranquilla. Libera dalla scia di sangue dei regni occidentali, dai ritmi frenetici della capitale e dall’incessante ricerca del progresso, appariva come un mite rifugio a tutti coloro che bramavano un ritorno alla semplicità, alla spontaneità delle piccole cose. Un focolare, una famiglia, un lavoro… sembrava che a nessuno degli abitanti importasse che sotto l’Atoyuk vi fosse un grosso drago dormiente, e per quanto questo fosse un comportamento azzardato, ne avevano alcune buone ragioni. La bestia non era mai stata avvistata, relegata col passare del tempo al ruolo di creatura leggendaria, e aveva seguito il destino che era toccato a tutte le altre forme di blasfemia sovrannaturale, ostracizzate con forza dalla famiglia reale.

A Perp la magia era severamente vietata sin da quando gli Umani s’erano trovati ad accogliere i rifugiati di razze pericolose originarie dell’Ovest, con tutti i disordini che ne erano conseguiti. Così, quando di tanto in tanto qualcuno s’incaponiva di aver avvistato un orco nelle paludi o un ippogrifo sulle montagne, la gente finiva col bollare il tutto come un mucchio di frottole, facendo perdere la credibilità e la faccia al malcapitato di turno. In loro perdurava un sentimento comune, un senso di protezione derivante dall’aver vinto la faticosa battaglia per la supremazia: se anche una di quelle creature fosse stata presente sul territorio, sopravvissuta chissà come allo scorrere dei secoli, si sarebbe trovata in netta inferiorità numerica, e avrebbe fatto bene a guardarsi dal giudizio severo dell’Uomo.

Eppure, laddove gli Umani non avevano ancora messo radici, poteva davvero capitare di imbattersi nelle ultime tracce di magia provenienti dal mondo antico. Accadde in questo modo, in un caldo mezzodì d’Estate, che un ragazzino come tanti di nome Ianke vide il proprio destino intrecciarsi inesorabilmente a quello delle terre dell’Atoyuk.

Ianke era magro, con occhi piccoli e labbra sottili, la carnagione olivastra e i capelli scuri. Quell’estate aveva da poco compiuto quattordici anni, e non essendo impegnato con la scuola, aiutava suo padre e sua madre nel commercio di crostacei e molluschi. Lavorava al mercato tutte le mattine, facendo la spola tra casa e porto, e nel pomeriggio alternava alle molte letture avventurose l’esercizio con il tiro con l’arco. Era piuttosto abile, per essere uno che aveva imparato a scoccare frecce in autonomia nei boschi. Sotto gli occhi sornioni del suo cane Ramai, si dilettava in vere e proprie sfide contro se stesso, assegnandosi un punteggio per ciascun tiro e abbandonandosi al fresco ombroso degli alberi e alle carezze col suo cane, quando era stanco. I due erano inseparabili: Ramai lo accompagnava nelle escursioni andando a caccia di tassi e scoiattoli, ma era talmente ben educato da tornare sempre verso il padroncino, che lo premiava lanciandogli succosi ossi di pollo dalla borsa.

Un giorno, mentre Ianke agganciava ai rami i bersagli che aveva meticolosamente dipinto a mano, udì qualcosa di grosso muoversi tra i cespugli, appena oltre la piccola radura nella quale era solito sistemarsi. Ramai abbaiò furiosamente in direzione del fruscio delle foglie, accovacciandosi sulle zampe anteriori e ringhiando fino a schiumare bava sull’erba, e quando si scagliò a capofitto all’inseguimento della preda, Ianke si preoccupò e lasciò cadere il bersaglio, rincorrendolo. Avanzò in direzione di Ramai a passo lesto, e quando sentì il suo pianto, corse tenendo incoccata una freccia. Pensò che fosse stato ferito da una volpe o da un lupo, ma quando lo raggiunse fu molto peggio. Lo trovò a terra, in una pozza di sangue. Le membra fuoriuscivano dal ventre mangiucchiato insozzando il terreno, e a pochi passi da loro, di spalle, una creatura verde dalle orecchie a punta sgranocchiava piccoli pezzi di carne, leccandosi le dita affusolate e pulendosi le zanne con i lunghi artigli. Ianke ne fu terrorizzato, e scoccò una freccia d’istinto provando a centrare quell’essere mostruoso.

Lo mancò di un soffio. La creatura si voltò verso di lui per un istante, sghignazzando, e si dileguò rapida, lasciando il cane agonizzante alle cure del padrone. In un turbine di disperazione, sperando che nel frattempo quel mostro non tornasse a finire l’opera, Ianke corse verso casa e convinse suo padre a seguirlo per dargli manforte.

«Non avresti dovuto inoltrarti tanto» lo ammonì l’uomo, mentre già erano sulla strada verso il campo d’allenamento. «I lupi scendono a caccia fino a qui. Sei stato fortunato che non ti abbiano attaccato!»

«Fortunato?» ribatté Ianke irritato, mentre muoveva a passo svelto cercando di velocizzare anche quello del padre. «Di che fortuna parli? Hanno quasi ucciso Ramai, e non è stato un lupo, è stato…»

«Piantala» gli intimò suo padre, «non continuare con questa storia.»

«Sono io che l’ho visto, non tu!»

Raggiunsero Ramai continuando a battibeccare, e quando furono al suo capezzale, era già troppo tardi. Il padre rincuorò il figlio stringendolo in un abbraccio; avrebbe avvertito al più presto in città per riportare il corpo di Ramai a casa, dove voleva seppellirlo. Ianke gli fu grato, ma allo stesso tempo non poteva credere d’essere figlio di un uomo tanto ottuso in fatto di avvistamenti magici. Le voci alle pendici dell’Atoyuk si susseguivano ormai da anni, eppure in casa sua si continuava a tenere un profilo basso sminuendole tutte. Era infuriato, e alle lacrime di dolore mescolò un sentimento di rivalsa che lo fece tornare alla città senza passare per casa, recandosi direttamente alla biblioteca pubblica per spulciare decine di testi mitologici, in cerca della creatura nella quale era incappato.

Un paio d’ore dopo, uscì con la risposta in tasca. Era una G, come Goblin. Aveva ricopiato a mano tutte le informazioni utili, scrutando a fondo i disegni che ritraevano il nemico e imparando a odiare quelle orecchie appuntite e quell’espressione furba, e avrebbe voluto stringergli subito il collo tra le mani, ma il crepuscolo avanzava, e tutto fu rimandato al giorno seguente.

L’indomani, lui e suo padre scavarono una fossa donando degna sepoltura a Ramai, mentre sua madre cospargeva di petali di crisantemo tutto il terreno intorno e recitava delle solenni preghiere. Terminata la cerimonia, Ianke allacciò faretra e arco e disobbedì loro ancora una volta, correndo verso i boschi e ignorando le urla di rimprovero di entrambi. Arrivò ai suoi bersagli percorrendo il tragitto in metà del tempo che impiegava solitamente, e progredì verso la foresta andando ben oltre il punto più lontano nel quale si fosse mai spinto. Non trovò alcuna traccia, ma s’imbatté in un lungo serpente solitario dal quale giudicò bene di tenersi alla larga. Rassegnato, con il furente vigore che andava man mano scemando, giunse nei pressi di una zona boscosa nella quale i tronchi degli alberi erano fitti e ravvicinati, disposti in cerchio attorno a un unico, enorme cipresso, il più grande che avesse mai visto. Ianke gli si avvicinò. Il tronco di quell’albero era largo quanto casa sua, e la corteccia esibiva un curioso colore rossiccio che lo spinse a posarvi le dita per tastarla, procurandogli un lieve taglietto con una scheggia. Il rigoletto del suo sangue che colava verso il basso servì da chiave d’apertura per i rami sopra di lui, che presero a divaricarsi misteriosamente spaccando in due il legno e creando un’apertura verso un interno cavo. Ianke decise d’entrare.

Dietro la corteccia, si celava una sorta di grosso stanzone con il pavimento fatto di radici, e dall’alto le liane penzolavano fin sotto alle spalle del ragazzino, impedendogli la vista. Lui le scostò, una dopo l’altra, e quando gli parve d’aver perso l’orientamento, saltò in una spaziosa cavità, costretto ad armarsi all’istante.

Un trono di pietra si ergeva al di sopra delle radici, e su di esso sedeva una donna. Era pallida, dal viso inespressivo, quasi svestita a eccezione delle foglie che le coprivano il seno e il basso ventre. Aveva rose rampicanti che le circondavano le braccia e salivano fin sulla cima dell’albero, ma non accusava alcun fastidio dalle spine. Maneggiava davanti a sé una sfera nera e lucida, posta su un apposito altare, e in qualche modo sembrava non essere del tutto cosciente e che fosse parte dell’albero. Era spettrale.

Con un lento movimento della mano, si scostò i lunghi capelli biondi rivelando orecchie appuntite. Ianke le riconobbe, e scoccò immediatamente la sua freccia che a metà della traiettoria si dissolse in aria, diventando polvere. Una liana si fece strada dal lato, afferrò il ragazzino e si avvolse intorno alla sua caviglia. Ianke fu sbalzato da terra, e finì penzoloni a testa in giù. A quel punto, la donna lo guardò dritto negli occhi e si alzò minacciosa. Camminò lentamente, fino a parlargli a un palmo dal naso, mentre altre liane si attorcigliavano su Ianke stringendolo in una morsa letale.

«Quella era una freccia? Qual tristezza.»

Ianke provò a picchiarla con la mano, ma non riuscì a divincolarsi dalle piante. Un’altra liana lo stava strangolando al collo, soffocandogli il respiro.

«Qual è il tuo nome, sciocco ragazzino?»

Ianke non rispose. Aveva gli occhi quasi rovesciati. Avrebbe senz’altro perso i sensi, se la donna dalle orecchie a punta non avesse allentato la presa delle liane, lasciando che cadesse comodamente sulla schiena. Ianke respirò a fondo, tenendosi le mani alla gola, dopodiché si prostrò sulle ginocchia in segno di sottomissione.

«Tu sei la regina dei Goblin, non è vero? Ti prego, non uccidermi.»

La donna accennò un lieve sorriso beffardo.

«Non essere offensivo» disse, «e sii cortese. A precisa domanda, esigo precisa risposta.»

Ianke la scrutò in viso, cercando di capire quanto fosse pericolosa la situazione. La donna ora gli stava davanti, in piedi, ed era impassibile; non che fosse particolarmente intenzionata ad attaccare, ma aveva un tale alone di potere attorno a sé che Ianke si sentì come una formica intrappolata, alla mercé di una bambina dispettosa. Non poté far altro che chinare nuovamente il capo e rispondere.

«Mi chiamo Ianke, e sono uno studente. I miei genitori lavorano al mercato di…»

«Non te l’ho chiesto» lo interruppe la donna. «Rispondi solo a ciò che ti viene domandato.»

Ianke annuì.

«Perché mi associ a quelle barbare creature? Ti sembra forse che abbia la pelle verde? O che sia alta quanto la spalla di un nano? Spiriti della Viverna, è proprio vero: è passato troppo tempo per voi Umani.»

«Ma tu» obiettò Ianke, stando attento a mantenere un tono asservito, «se non sei un Goblin, cosa sei?»

La donna lo schiaffeggiò, zittendolo un’altra volta.

«Bada bene, ragazzino! I Goblin appartengono alla foresta, e sono bestie quasi del tutto senza cervello, servitrici della fame e dell’istinto. Io non ho nulla da spartire con loro. Io sono la foresta nella sua essenza più pura. Tutto ciò che è vita, tutto ciò che è morte, è in me. Nel mio sangue è custodita una storia perduta, nella mia anima il peso di un’arcaica civiltà che vide in me sola il suo ultimo splendore. Aurei era il nostro nome, e Desiré il mio. Tra gli Elfi, i più abili e potenti, ma tra gli Umani… detestati. E scannati.»

Ianke rimase di stucco a ogni singola parola. Si trovava dinanzi a una creatura leggendaria in carne e ossa, respirando la sua stessa aria. Le chiese di poter rimettersi in sesto, cercando di scacciar via la sensazione di pericolo, e Desiré acconsentì, andando a sedere sul trono di pietra. Prima o poi avrebbe dovuto ucciderlo, lo sapeva, ma in quel momento pensò che la sua compagnia potesse sottrarla alla noia.

Senza staccargli mai gli occhi di dosso, ascoltò incuriosita quanto il giovane aveva da dire.

Continua…

 

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.