THE BLACKEST ISLAND – PRIMA PARTE – DANIELE LOMBARDI

Prologo

La famiglia Drummond viveva un’esistenza modesta come tante altre di Bristol, lontana dagli agi dei possidenti borghesi, ma anche dalle tribolazioni economiche dei ceti più poveri. Il padre, Tobias, era un abile falegname che di tanto in tanto riusciva a piazzare qualche lavoro anche sulle navi in partenza per le Americhe. La madre, Elizabeth, era una massaia operosa. La coppia aveva avuto due figli: Mary, una bella trentacinquenne rimasta nubile nonostante il fisico asciutto e longilineo, i folti capelli corvini e gli occhi azzurro mare; e il giovane Edward, di sedici anni.

Quest’ultimo aveva un legame fortissimo con ciascuno dei suoi cari, ma più di tutti amava sua madre, il suo punto di riferimento. È per questo motivo che, quando una terribile tubercolosi polmonare arrivò in casa, ognuno di quei colpi di tosse sembrò colpire duramente anche lui. La donna fu la prima ad andarsene. Madre amorevole, votata al benessere dei figli, lasciò un vuoto incolmabile nelle vite di tutti i suoi affetti che, tuttavia, non poterono piangerla a lungo, colpiti a loro volta dal tragico male.

Tobias fu il secondo, a distanza di un solo mese dalla moglie. Di fatto, la sua morte sciolse del tutto il nucleo familiare. I proventi derivanti dalla vendita della casa paterna e dei relativi beni servirono a Edward per far ricoverare Mary presso un ospedale privato di campagna, poco lontano dalla cittadina inglese. Edward conservò pochi soldi per sé, facendosi ospitare da strutture monastiche o vivendo in ostelli da quattro soldi, e organizzando intanto, a piccoli passi, il suo trasferimento definitivo a Londra. In pochi mesi, la vita del giovane era stata devastata. Abbandonata ogni velleità di studio e ogni prospettiva di un radioso futuro, ciò che gli restava era un ingiustificato senso di colpa, il sentire su di sé il grande fardello del sopravvissuto. Come mai, di tutta la famiglia, era stato l’unico ad aver scampato l’ineluttabile fato caduto sul capo dei suoi cari? Perché era stato condannato a veder morire davanti ai suoi occhi tutto ciò che lo rendeva felice?

Lasciato l’ennesimo alloggio, Edward ebbe modo di andare a trovare un’ultima volta l’ormai debole e rinsecchita sorella, prima di partire verso la capitale, nel tentativo di rifarsi una vita e cercar fortuna.

Giunto al suo capezzale, indirizzato da una precedente lettera destinatagli dalla stessa Mary, la vide distesa a letto e in quell’istante pensò subito che avrebbe voluto morire lì con lei, ponendo fine a ogni sofferenza. E invece, la donna lo guardò con tutta calma e gli sorrise dolcemente. Alzò gli occhi cercando la sua infermiera e, con una voce provata nella quale si mischiavano gentilezza e serietà, le disse: «Adesso lasciaci soli.»

«Come stai, Mary?» chiese Edward, sedendosi prudentemente sul lato del letto, mentre l’altra donna abbandonava la stanza.

Mary abbassò lo sguardo, come a voler reprimere dentro di sé il suo malessere, ed esclamò affranta: «I dottori dicono che non mi resta molto tempo. Da aspettarselo, no? Però sono molto contenta che tu sia venuto. Dobbiamo parlare.»

«Credi che io possa stare qui… insomma, vicino a te?»

«Ed, caro… hai vissuto nella stessa casa di tre persone che non ce l’hanno fatta. Eppure, eccoti davanti a me, sano come un pesce. Io credo che qualcosa nel tuo corpo rifiuti di lasciarsi intorbidire da una simile sciagura, e che in fondo sia io che papà avremmo dovuto capirlo. Sei più forte di tutti noi.»

«Che cosa intendi dire?» domandò Edward incuriosito.

«Prima parliamo di te. Presto partirai per Londra, non è vero? Ho scritto una lettera a nostro cugino Henry, appena arrivato potrai contare su di lui per trovare una sistemazione adeguata alle tue esigenze.»

«Ne dubito fortemente! Henry è un coglione, e lo sai anche tu. Non voglio rivolgermi a lui, mi inventerò qualcos’altro.»

«Pfff, nessun aiuto, nessun debito. Sei testardo, proprio come lui

«Mh? Lui chi? Henry? Non dirmi che è venuto qui! Voglio scansarlo…» disse Edward, scuotendo la testa in modo buffo come a voler cercare un’altra presenza nella stanza. I suoi tentativi di scherzo, tuttavia, stentavano a trovare la compiacenza della sorella.

«Sai perché non mi sono mai sposata, Ed?» lo incalzò la donna.

«Perché sei una gran rompiscatole e una perfettina?» ribatté Edward.

«Anche. Ma un uomo c’era, una volta. E ci amavamo, con me lui era davvero il ragazzo perfetto. Mamma e papà, però, non volevano che lo frequentassi, dicevano che le sue origini di strada avrebbero portato solo caos nella nostra buona famiglia, che meritavo qualcuno di rango più elevato, qualcuno all’altezza delle nostre aspirazioni. Evidentemente, avevano ragione.»

«In che senso? Cos’è successo a quell’uomo? E perché mi stai dicendo questo?» chiese Edward, completamente rapito dalle rivelazioni della sorella. A Bristol, i due non avevano mai parlato così intimamente delle proprie vite.

«Ed, tu continui a leggere le gazzette, non è vero?»

«S-sì. Ultimamente meno, ma cerco di tenermi informato, per quanto possibile.»

«Già. Il nostro Ed, lo studioso di casa… vedi Ed, quell’uomo era morto, o almeno così mi ero abituata a pensare. E invece tre mesi fa, poco prima di abbandonare Bristol, ho letto di lui sui giornali. Puoi immaginare la mia sorpresa!»

«Ah, quindi è uno famoso? Politico o teatrante? Ma poi, soprattutto, era di questo che volevi parlare? Mi aspettavo tutt’altro…»

«Cosa ti aspettavi?»

«Nulla, non ha più importanza. Vai avanti.»

Qualche attimo di silenzio segnò una breve pausa nella conversazione tra fratello e sorella. Mary ne approfittò per schiarirsi la gola, mentre Edward si fermò a osservarla. Nonostante la debolezza, pensò che sua sorella continuasse ad avere un aspetto magnifico. Le aveva sempre invidiato la bellezza di quegli occhi chiari e lucenti, lui che invece aveva capelli e iridi neri come la pece.

Mary raccolse forze e fiato e riprese la sua storia.

«Come ti dicevo, mamma e papà non volevano che io e questa persona ci vedessimo. Ed, devi farmi una promessa. Non giudicarmi.»

«Ma certo, certo! Vai avanti!»

«Il problema era che io avevo già un fidanzato. Uno a cui ero stata destinata.»

A questa frase, Edward sollevò leggermente capo e spalle in uno scatto involontario. Un attimo dopo, accortosi di aver avuto una reazione scomposta, riprese le parti dell’attento ascoltatore e si riavvicinò alla sorella.

«Il suo nome era Galwan. Era irlandese, circa dieci anni più grande di me. Credimi Ed, una bravissima persona, il perfetto gentiluomo di Dublino. Era ricco, educato, acculturato… i miei genitori stravedevano per lui.»

«Ma non tu, dico bene? Mary, mi spiace tanto… non avevo idea che mamma e papà ti avessero costretta…»

«No, non fraintendere!» lo interruppe la donna. «Galwan mi piaceva, non mi sentivo costretta con lui, tutt’altro. Posso dirti che ero ben intenzionata a sposarlo, se non fosse stato per…»

«Per l’altro uomo, giusto? Andiamo, Mary, chi era?» Edward, tenuto sulle spine, premeva per venire a conoscenza della verità.

«Io… vedi Ed, devo dirtelo. Ma non sono sicura che saperlo sia la cosa migliore per te…»

Edward, sentendo pronunciare questa frase, balzò in piedi, fissò negli occhi la sorella come a volerla rimproverare e poi cominciò a camminare nervosamente di fronte al suo letto, con le braccia conserte. Il silenzio si era diffuso per l’intera stanza caricandola di un’aria negativa. Fermatosi, fece tre profondi respiri, si calmò e riprese la conversazione a bassa voce: «Mary… dopo tutto quello che ci è successo… penso proprio di poter affrontare anche questo, ti pare?»

«Oh, Edward!»

Mary fece un grande e dispendioso sforzo, sollevò la schiena dal cuscino sul quale poggiava e abbracciò il fratello. Edward le venne incontro volentieri e i due si tennero stretti per un po’, fino a quando la donna non ebbe riconquistato una posizione di riposo. Finalmente, decisa a parlare senza più misteri, continuò:

«Tu sai che i nostri uomini, padri, figli, fratelli, sono spesso partiti verso il nuovo mondo in cerca di fortuna, finendo poi con lo stabilirsi nelle colonie.»

«Ma certo! Aspetta, quindi l’altro uomo è andato via verso le Americhe? Per questo lo consideravi morto! In effetti ha senso… ma Galwan?» chiese Edward, spezzando ancora una volta il racconto della sorella per la troppa curiosità.

«Frena. Non è così semplice. Quando Galwan seppe di me e dell’altro uomo, e soprattutto del fatto che ero rimasta incinta, lo persi per sempre. Poi, ironia della sorte, anche l’altro andò via. Ed, sii forte.»

«Ma… cosa? Incinta?»

«Ed, promettimelo.»

«Lo sono! Lo sono! Incinta…»

«Ed, ti chiami Edward Drummond come il padre di nostro padre, e il padre di suo padre prima di lui. Ma il tuo nome è solo una facciata, qualcosa che nasconde la verità di ciò che sei. Stammi a sentire. Là, nei mari dei Caraibi, tra uomini di ventura, ladri e assassini, c’è un uomo, il Capitano Benjamin Hornigold. È cattivo, terribile, spietato. Un pirata della peggior specie! A Bristol, le cronache parlavano delle sue ultime scorrerie e raccontavano che a quell’uomo orribile si è affiancato un vice, un pirata in grado di pareggiare la sua ambizione e seminare lungo i mari ancor più terrore del suo capitano. I marinai lo chiamano Barbanera…»

«Barbanera!? M-Ma, aspetta un momento… Cosa c’entrano lui, i pirati, Hornigold? Di che stai parlando? Perché?» Edward balbettò e i suoi occhi cominciarono a inumidirsi.

«Perché quell’uomo, Barbanera, è in realtà Edward Teach. Ed è tuo padre, Edward. Capito? È tuo padre! E io, Edward…io…» Mary scoppiò in lacrime e concluse in un grido disperato «…io non sono mai stata tua sorella! Io ero incinta di te! Io sono tua madre!»

Edward trasalì e per poco non perse i sensi. Mary, ancora in lacrime, si sporse in avanti cercando di abbracciare nuovamente il figlio ritrovato, che però aveva assunto uno sguardo del tutto assente fissando un punto cieco sulla parete. Delicatamente, Edward si liberò della stretta della madre, si alzò in piedi e camminò fino a sfiorare il muro, sul quale batté poi il palmo della mano, chinando la testa verso il pavimento. Il silenzio nella stanza fu interrotto dal pianto soffocato del ragazzo, che cercò in tutti i modi di reprimere quell’uragano interno che gli aveva appena messo la vita sottosopra.

Poco dopo, un’infermiera bussò alla porta, preoccupata dalle urla e dai lamenti uditi dalla sua postazione in corridoio. Mary cercò di ricomporsi, le assicurò che tutto stesse andando bene e la pregò di lasciarli nuovamente soli. Tra un grido e l’altro, aveva ripreso a tossire. Osservando il figlio ancora in lacrime e con gli occhi rivolti verso il basso, la donna tentò di riconquistarne l’attenzione.

«M-mi… dispiace tanto di non avertelo mai detto… il fatto che Edward fosse tuo padre… mamma e papà mi hanno sempre detto di non dirti niente, di far finta che tu fossi figlio loro. Mio fratello…»

Edward non voleva altre scuse, quel che voleva era la verità.

«Dimmi, p-pensi che…»

«Che?»

«Che io non mi sia ammalato anche p-per questo motivo? Perché s-sono un Teach?»

«Non l-lo so, Ed. Non lo so. T-teach era un uomo forte.»

La tosse di Mary cominciò a farsi più frequente e pesante. Edward rialzò subito la testa e, non vedendo alcun cenno di miglioramento, andò ad aprire la porta e chiamò l’infermiera per avvertirla della situazione. Sopraggiunse di corsa anche il responsabile medico della struttura, che gli chiese di uscire dalla stanza per verificare al meglio lo stato della paziente. Edward aspettò un’intera notte senza poter vedere sua madre.

Il mattino seguente, fu finalmente richiamato all’interno. L’infermiera gli comunicò che le condizioni di salute della donna, che per tutti era sua sorella, si erano aggravate: l’infezione era talmente estesa che Mary aveva smesso di parlare, a causa del dolore. Poteva, tuttavia, ancora ascoltare, e le sue reazioni lasciavano intendere che fosse cosciente.

Edward restò in veglia nella stanza. Quando furono nuovamente soli, le disse: «Mary… a-anzi, scusa. M-Mamma. Io volevo solo dirti che… tutto questo non lo accetterò mai. Non capirò mai come abbiate potuto mentirmi in questo modo, fingendo per una vita intera, come se nulla fosse! Avrete pensato che sono solo un ragazzino, e che così facendo sarei stato protetto! Ma dimmi, pensavate di dirmelo, prima o poi? E quando? Come credevate che avrei reagito? Io vi ho amati moltissimo, come sorella, come genitori. E sono sempre stato sincero, con tutti voi! Ma adesso ho così tante domande su di te, su di me, su Teach… domande irrisolte. Questa poi, Edward Teach. Mio padre! Perché mai è andato via? Sapeva che Galwan ti aveva abbandonata incinta? E nonostante questo, è scappato lo stesso? Come ha potuto farlo? Cos’è, non aveva le palle per restare? Ha preso il largo non appena la minima conseguenza delle sue azioni gli si è parata davanti? Oppure lo hanno costretto papà e mamma? Sono stati loro, non è vero? Già… mamma, papà. Quelli sono i tuoi genitori, non i miei. Io non so più chi sono… figlio di una sorella, di un pirata… ma una cosa la so. Avevamo bisogno di più tempo, per essere ciò che non siamo mai stati. E a guardarti adesso, so che non l’avremo. E questa cosa mi fa male! Molto male!»

Aveva pensato a cosa dirle per tutta la notte, ma quando era giunto il momento, le parole gli erano uscite fuori così, come un fiume in piena, a tratti sconclusionate.

Nel mezzo del discorso avrebbe anche voluto piangere, ma si trattenne per rassicurare Mary, che lo osservava con occhi stanchi e le palpebre mezze chiuse.

«I nonni lo hanno minacciato e lui è andato via, giusto? Che assurdità! Posso solo immaginare quanto tu abbia sofferto…»

Mary alzò lentamente una mano tremante ed Edward la raccolse stringendola tra le sue. Quando lei chiuse gli occhi, il ragazzo fu a lungo al suo fianco.

Ore dopo, Edward lasciò la fredda mano di sua madre, le baciò la fronte e si alzò per andar via. Chiudendo la porta dietro di sé, svuotato di ogni pensiero o ideale di felicità, si concesse solo due, significative parole: «Addio, mamma.»

Uscì senza mai voltarsi indietro.

La botte di rum

Caraibi, Novembre 1717.

Lungo un’enorme e cristallina distesa d’acqua, vi erano due navi.

L’alto sole cocente batteva forte sulle teste degli uomini di entrambe le imbarcazioni, mentre il vento s’insinuava tra grandi e appariscenti vele spagnole, contrapposte alle riconoscibili e temute vele nere, ormai giunte a meno di una lega di distanza dal loro bersaglio.

La Queen Anne’s Revenge, ammiraglia della flotta del capitano Barbanera, viaggiava a gran velocità verso la Carguero 7, uno dei mercantili che l’Armada inviava periodicamente alle colonie, per rifornire gli ufficiali d’oltreoceano di ogni bene necessario. Il capitano Henriquez, un grassoccio uomo sulla cinquantina dotato di folti baffi spesso pregni di vino rosso, alla vista del jolly roger di Edward Teach cercò di organizzare rapidamente una strategia difensiva.

«Foley! Foley! Dove sta quel cabrón d’un inglese?» disse agitandosi qua e là, cercando con gli occhi il mozzo che aveva ingaggiato a Siviglia.

«È andato sottocoperta ad aiutare con i proiettili, capitán!» rispose il luogotenente Martinez.

«Ditegli di far preparare cannoni da ambo i lati. Appena li abbiamo a tiro, aprite i portelloni e attendete un mio ordine: spareremo sui loro punti di fuoco! Niente colpi dal ponte! Ripeto: niente dalla cubierta

«Capitán, uno scontro con i pirati?» chiese preoccupato Martinez.

«Non uno scontro, hombre! Considerala una chiacchierata a distanza. Non permetterò a quei porci di salire a bordo della mia nave! E ora vai!»

Il luogotenente si allontanò a gran velocità dal Capitano Henriquez, percorrendo il ponte in cerca del desaparecido Foley. Prossimo a perdere la pazienza, vide il ragazzo uscire velocemente dalla porta posta appena sotto il timone. Esaltato e dal fare ingenuo, il mozzo era poco più che maggiorenne, con lunghi capelli neri raccolti in un codino e un accenno di barba appena sotto al mento. Ciò nonostante, segni di lotta e battaglia percorrevano già il suo giovane viso, in particolare una cicatrice che tagliava in due il suo sopracciglio destro e saliva fino a metà fronte. Foley venne incontro a Martinez per ricevere tutte le istruzioni sul da farsi, dopodiché rientrò di corsa nel ventre della nave. Per gli spagnoli, ogni attimo di quell’inseguimento sembrò durare ore. Il piccolo scheletro svolazzante diventava pian piano sempre più grande, portando sotto di sé una ciurma di uomini noti alle cronache per essere leali solo a puttane, rum e danaro. Se c’era una bandiera dalla quale guardarsi in quei mari, questa era senz’altro quella di Barbanera.

«Mierda! No! No!»

Mentre la Revenge continuava ad avanzare, Henriquez sobbalzò, quasi incredulo, alla vista dello schieramento adottato dai suoi sottoposti. Senza rendersene conto, questi s’erano posizionati tutti sul lato sinistro della nave, come tante pecore ammassate che aspettano solo di essere guidate nel recinto dal pastore. Quel completo disordine era sì provocato da una crescente paura di morire, ma anche da una suggestione che cominciava a serpeggiare sinuosa tra gli uomini: proteggere il punto di arrembaggio a tutti i costi, tenere i pirati lontani dal ponte, poteva equivalere in qualche modo a sopravvivere.

Il capitano era di ben altro avviso.

«Ordine, tontos! Volete farvi uccidere subito!?» ringhiò Henriquez.

A quel punto prese a rimproverarli uno a uno fino a sgolarsi, tirandoli per il colletto, spingendoli da una parte all’altra, per coprire l’intera superficie della nave. Quando anche l’ultimo soldato fu sistemato al suo posto, il capitano cominciò a camminare in tondo come un forsennato, gridando frasi d’incitamento, avvicinandosi a ognuno dei suoi nel tentativo di trasformare la tensione in coraggio. Eppure, mentre la sua opera di persuasione ancora continuava, la nave avversaria si avvicinò ulteriormente. Dal ponte nemico cominciarono a intravedersi decine e decine di teste pirata, rendendo palese a tutti che lo squilibrio di forze avrebbe portato a un sicuro e rapido massacro spagnolo. Difatti, i marinai imbarcati a protezione della Carguero erano poco più di venti, e di questi solo la metà aveva partecipato a degli scontri a fuoco che non fossero per esercitazione. Il resto degli uomini, nel numero di una dozzina o poco meno, erano perlopiù civili e d’aiuto, pronti a sbarcare nelle colonie in sostituzione di coloro che sarebbero rientrati in patria nei mesi seguenti.

I pirati, invece… come minimo erano il doppio, tutti guerrieri esperti e abilissimi. Le loro urla, gli insulti, le bestemmie e le minacce ottennero in breve tempo l’effetto desiderato. Molte ginocchia dei novellini tremarono, mentre i veterani si raccolsero a pregare per le famiglie che avevano lasciato a casa, forse per sempre. La loro presa sui fucili divenne labile, lasciando spazio a un’idea nuova, uno spiraglio: cavarsela consegnandosi al nemico. Presto, questa divenne la volontà di molti, se non la priorità, ma il capitano aveva già dato ordine ai cannonieri di colpire per primi. Accecato dall’orgoglio e da un pizzico di presunzione, forse non gli era ancora chiaro che i pirati avrebbero risposto al fuoco rimandandone indietro tre volte tanto. Se la strategia dei cannoni sparati a sorpresa fosse fallita, questa avrebbe senz’altro provocato la morte di tutti gli uomini a bordo.

Prima che le ultime preghiere dei soldati potessero essere recitate, la nave mercantile fu affiancata dalla rivale, poppa contro prua, prua contro poppa. Henriquez guardò i suoi uomini negli occhi, contando i secondi necessari a dare un segnale di attacco. Nessun cenno, però, veniva dai cannoni posti sotto il ponte nei quali riponeva tutte le sue speranze. Nel frattempo i pirati avevano già preparato le loro bocche di fuoco, pronte a esplodere e a scatenare il panico non appena gli spagnoli avessero fatto intendere di non voler concedere la resa.

Il luogotenente Martinez, coadiuvato da altri uomini, tentò invano di avvertire i cannonieri di sbrigarsi, ma si accorse che qualcosa impediva l’accesso al piano inferiore, come se fosse stato sbarrato dall’interno. Henriquez, messo al corrente della situazione, corse a perdifiato verso la porta, tentando in ogni modo di buttarla giù. Mentre sbatteva più e più volte i pugni contro il duro legno, esortando i suoi a dargli manforte, dalla nave avversaria partì una scarica di colpi di avvertimento, sparati in aria dalle pistole della ciurma. Il sangue nelle vene degli uomini di Henriquez raggelò. In quel preciso istante, il capitano si rese conto che permettere loro l’arrembaggio equivaleva a cedergli nave e risorse, senza nessuna vera possibilità di resistenza.

Henriquez risalì il ponte e continuò a rimandare l’azione, aspettando una buona nuova dai cannoni che però non giunse mai. Decine di uncini arpionarono il fianco della nave, distendendo reti sulle quali cominciarono ad aggrapparsi uomini senza paura, sospesi nel vuoto. A quel punto, vedendo arrivare quelle bestie assatanate, pensò di ritrattare la sua strategia dando ordine ai suoi di far fuoco sugli arrembanti e di sganciare le reti. La sua stessa mano, però, si fermò a mezz’aria, strozzandogli il comando in gola, quando sull’altro ponte lo vide: un uomo di statura sopra la media, appena uscito dalla cabina di comando. Il tricorno sulla testa nascondeva solo in parte i lunghi capelli neri, mentre la giacca scura aperta che gli arrivava fin sulle gambe lasciava intravedere l’elsa di una spada, un fodero di pistola all’altezza della cintola e Dio solo sa quanti altri gingilli segreti da battaglia. La barba era nera, non così lunga come la descrivevano le dicerie, ma abbastanza folta da giustificarne il soprannome con il quale imperversava lungo i mari. Il capitano Edward Teach. Barbanera.

Terrorizzato, Henriquez cambiò i suoi piani e ordinò immediatamente ai suoi di issare bandiera bianca. In pochi secondi, gli spagnoli furono circondati da una moltitudine di pirati che intimavano loro di abbandonare le armi e raggrupparsi intorno all’albero maestro, dove li avrebbero legati con delle funi. Infine, quando ebbero sistemato una lunga passerella di legno tra le due navi, arrivarono a bordo anche i lenti e pesanti passi del capitano, accompagnati da quelli dei suoi luogotenenti: Jane Doe, spietata carnefice di – secondo le voci – oltre 100 uomini e la cui vera identità era forse nota solo allo stesso Teach; e Willay, il rispettato e benvoluto vicecapitano della ciurma.

Barbanera raggiunse il suo avversario e scrutandolo gli disse: «Ottima scelta, capitán…?»

«Henriquez. Di stanza a Sevilla. Edward Teach… il tuo nombre in queste acque è già leggenda. E paura.»

«Suvvia, esagerazioni. Contrariamente a quanto si dice, noi gentiluomini abbiamo un codice ben preciso e ci riserviamo di rispettarlo fino in fondo.» Teach pose una mano sulla spalla del capitano spagnolo, come a volerlo rincuorare. «Non siamo bestie, signor Henriquez. La vostra resa garantirà la vita a voi e ai vostri uomini, può starne certo. Ripeto: ottima scelta.»

«Quindi non prenderete la nave?» obiettò Henriquez con tono sorpreso.

«Di quelle ne abbiamo già a sufficienza. No, a noi interessa solo il carico. Erbe e medicinali, dico bene? Una vera salvezza di questi tempi! Più per noi, meno per i vostri compagni di terra. Con permesso.»

Henriquez tacque. Barbanera diede un’occhiata nei paraggi in cerca dell’accesso agli interni, poi fece cenno ai suoi di andare sottocoperta a svaligiare il possibile. Ormai gli uomini della ciurma erano esperti: l’avevano già fatto tante volte e sapevano bene come ripulire una nave alla svelta. Ogni membro fu dotato di una grossa sacca personale da riempire con il bottino; la stessa sacca, una volta piena, andava poi caricata sulla schiena e trasportata lungo le assi di legno disposte tra le due navi, stando attenti a non farsi sbilanciare troppo dall’ingombrante peso sostenuto, facendo cadere in mare parte del prezioso malloppo.

Presto, tuttavia, s’imbatterono anch’essi nell’ostinata porta anteposta alla stiva. Teach sedette sul ponte, mentre Jane si aggirava a passo lento tra gli uomini catturati dalla ciurma, fissandoli uno a uno negli occhi e incutendo loro timore. A far paura non era tanto la sua mano pronta sull’impugnatura della spada – anche se faceva innegabilmente un certo effetto, va detto – quanto il suo sguardo privo di emozioni, perpetrato da occhi grigi incastonati in un viso piuttosto pallido. Era a tutti gli effetti una bambola di porcellana, pronta a sgozzarti al minimo sbaglio.

Willay si allontanò dal gruppo e raggiunse i suoi uomini al passaggio bloccato. Qui, suggerì di utilizzare una raffica di proiettili lungo le giunture. I suoi eseguirono l’ordine e quando ebbero crivellato di colpi la porta, questa cadde riversa sul ponte. Fu allora che scoprirono la vera natura dell’ostacolo: una botte piena di rum alta circa un metro e mezzo.

I pirati imprecarono e si disperarono nel vedere l’acquavite sgorgare dalla botte forata lungo il pavimento di legno, cercando in ogni modo di recuperarla con catini di fortuna e borracce o, addirittura, sorseggiandola da terra. Una volta vuota, Willay la calciò via e diede ordine ai suoi di setacciare gli interni della nave, mentre lui raggiunse nuovamente il suo capitano per informarlo dell’accaduto.

«Qualcuno ha fatto rotolare la botte, approfittando del caos generale sul ponte. Non so perché, ma così facendo si sono fottuti da soli.»

«Scopriamolo» gli disse Teach, fissando il viavai di uomini da una nave all’altra, già entrato nel vivo.

Non erano ancora passati cinque minuti dalla presa della stiva che, dall’interno della nave, cominciarono a propagarsi delle grida disperate. Due uomini di Teach vennero fuori tenendo fermo un ragazzo per le braccia, mentre quest’ultimo si dimenava come un matto nel tentativo di liberarsi dalla morsa: «Lasciatemi, cazzo! Lasciatemi! Non sapete cosa state facendo!»

Raggiunti Teach e Willay, i due gettarono il prigioniero al cospetto del capitano costringendolo sulle ginocchia. «Capitano, abbiamo trovato questo ragazzino nascosto tra i cannoni. Gli altri stanno trascinando di sopra i bastardi che avrebbero dovuto spararci. Non ci crederà, erano tutti svenuti!»

Teach inarcò il busto per avvicinarsi al ragazzo e avere un confronto diretto con lui.

«Un ragazzino inglese su una nave spagnola, una squadra di cannonieri svenuti e una porta bloccata per evitare sgradite visite sottocoperta. Prego, mister, raccontami qualcosa che non so.»

Il ragazzino rabbioso fissò il capitano e gli rispose per le rime: «Dovreste ringraziarmi! Non fosse stato per me, avreste preso quattro medicinali al costo di una palla di cannone l’uno!»

Jane Doe estrasse con incredibile rapidità la lama e la puntò alla gola del ragazzo. Barbanera la fermò: «Calma, Jane. È solo un ragazzo curioso, probabilmente un ladruncolo. Portatemi il capitano Henriquez.»

Henriquez, riluttante a muoversi e spaventato da ciò che gli poteva capitare, fu trascinato quasi di peso dagli uomini di Teach. In realtà, dovette semplicemente rispondere «John Foley» alla domanda del capitano su quale fosse il nome del mozzo. Dopodiché, avendo esaurito i suoi servigi, venne nuovamente riportato tra i prigionieri per la gioia del suo batticuore.

«Quindi, John Foley. E dimmi, ragazzo…» disse Barbanera «hai anche un nome vero?»

Jane Doe ritirò la spada dalla gola del ragazzo permettendogli di parlare liberamente.

«Sì, ce l’ho.»

«E saresti così gentile da farcelo sapere? Anzi, facciamo le cose per bene! Comincio io. Mi chiamo Edw…»

«So chi sei!» lo interruppe Foley, infastidito dall’atteggiamento di superiorità di Teach.

«Perfetto, quindi metà del lavoro è fatto. Resta da scoprire chi sei tu, e soprattutto cos’è successo di sotto.»

Foley distolse lo sguardo da Teach e confessò: «Io… ecco… ho colpito i miei compagni e sabotato il piano di difesa. V-Volevo aiutarti.»

Barbanera sollevò le spalle, riprendendo una postura eretta e fiera, poi come a voler sbeffeggiare il ragazzo disse: «Aiutarmi? Guardami bene! Credi che io abbia bisogno di aiuto!?»

«Tutti abbiamo bisogno di aiuto» rispose piccato Foley.

«Capisco. Jane!» Teach fece cenno all’assassina di riprendere la minaccia con la spada, poi continuò: «Lo sai, Foley? Io ottengo sempre quello che voglio. E non credo che tu sia uno stupido. Mi hai sentito darti dello stupido? No, non l’ho fatto, perché io rispetto tutti! Ora, nessuno te l’aveva chiesto, ma ci hai dato una mano nell’assalto e voglio sapere il perché. Non te lo ripeterò due volte.»

Foley sbuffò, tenendo gli occhi fissi sul pavimento sul quale tambureggiava nervosamente con i polpastrelli, percorrendo la superficie del legno. Dopo qualche attimo di silenzio, sollevò il capo, guardando dritto in faccia il suo interlocutore, e disse: «Come vuoi.»

«Prego.»

«Mi chiamo Edward Drummond. E vengo da Bristol. Ti dice niente il nome Drummond? Dovrebbe.»

Teach restò impassibile alla dichiarazione, poi si lasciò andare a un commento volutamente equivoco: «Drummond, eh? Chissà, magari in un’altra vita…»

Il giovane Edward cercò di proseguire il suo discorso, gettando sempre un occhio alla spada di Jane. Teach, accortosi della sua preoccupazione, afferrò la lama con due dita e gliela allontanò dalla gola.

«Mia madre si chiamava Mary, Mary Drummond. Mi ha raccontato molte cose, storie di un passato sepolto che io ho intenzione di riesumare. Capitano Teach, sono certo di essere tuo figlio.»

Dopo aver udito queste parole, Barbanera sembrò chiudersi in un silenzio che attirò l’attenzione dei suoi uomini. Jane e Willay lo fissavano preoccupati, e così tutti coloro che avevano avuto modo di apprendere la notizia con lui. Teach si alzò in piedi, si guardò intorno per qualche secondo, soppesò la situazione e poi esplose in una fragorosa risata.

«Mio figlio! Mio figlio! Hahahahah»

Edward obiettò alla reazione con ferocia: «Sono davvero tuo figlio! Hai messo incinta mia madre e sei fuggito a causa dei suoi genitori! Ciò che dico è realtà! Sono tuo figlio!»

Teach smise di ridere e tornò serio.

«Ma certo che lo sei. A guardarti bene, hai anche qualcosa di mio. Forse i capelli, o i colori scuri. Come quelli di tua madre, d’altro canto. Però, sei stato sfortunato a prendere i miei occhi anziché i suoi! Splendidi occhi, quelli di Mary. Edward Drummond, mio figlio. Porti anche il mio stesso nome. Fatelo alzare, vi prego.»

Edward, incredulo a quanto stava accadendo, venne aiutato da Willay e alcuni uomini a rialzarsi. Teach gli stava di fronte. Suo padre era una decina di centimetri più alto e almeno venti chilogrammi più pesante di lui. Sebbene la sua figura fosse imponente, aveva sentito dire che in combattimento non c’era spadaccino più agile né combattente più letale del capitano pirata.

«Edward, figlio mio. Abbracciami» gli disse Teach, proiettando le sue braccia in avanti.

Edward sentì lo stomaco contorcersi. Aveva passato gli ultimi due anni d’inferno a cercare un modo per avvicinare suo padre e finalmente lui era lì, davanti ai suoi occhi, pronto a stringerlo tra le sue braccia come se la distanza tra loro non fosse mai esistita. Lentamente fece un passo in avanti, pensando alle parole di sua madre sul letto di morte, a come lei lo amasse e a come Teach fosse stato allontanato dai suoi nonni. Non appena ebbe allargato le mani, visibilmente emozionato, il padre gli afferrò i polsi in una forte stretta e lo colpì con una violentissima ginocchiata alla pancia.

Edward cadde faccia a terra, sputando sangue sul pavimento.

«Cosa cazzo credi, inglesino di merda!?» gli urlò Teach, tra le risate generali dei suoi uomini e il disprezzo dei prigionieri spagnoli.

«Vieni qui, con il tuo bel nome e la tua bella storiella, e pensi di diventare il bambino prodigio del grande Barbanera solo per averlo aiutato a sabotare una nave di finocchi spagnoli? Vaffanculo, cazzo! Io ho avuto quattordici mogli, ho una donna in ogni porto, in ogni bordello, in ogni locanda! A chi vuoi che importi di te? Tornatene a casa!»

«N-non… non ce l’ho…» mormorò Edward, che nel frattempo tossiva e si raggomitolava dolorante.

Barbanera gli si avvicinò: «Che cosa hai detto?»

«Non ce l’ho una casa… non ce l’ho… non ce l’ho una casa!» urlò Edward, travolto in pochi attimi da un crescendo di emozioni contrastanti.

«Eh? Intendi dire che…?»

«Mia madre è morta. Mio nonno, mia nonna. Tutti morti. Non mi resta più nessuno, a parte…» disse Edward, cominciando a lacrimare.

«A parte me? Beh, mi spiace, ragazzo» rispose Teach, leggermente pacificato dalla confessione del giovane.

Il successivo silenzio di Edward pose fine alla conversazione. Teach lasciò scemare la rabbia e abbandonò in fretta la nave spagnola, rientrando sulla Revenge, e così fecero i suoi uomini. Il ragazzo venne a sua volta trasportato all’interno della nave ammiraglia come prigioniero.

Per tre giorni Edward viaggiò senza poter vedere o parlare con nessuno, se non brevemente con Nui, il giovane mozzo di colore a cui era stato dato il compito di portargli da mangiare. Alla fine, la Revenge sbarcò in una grossa spiaggia appartenente a Benfort Island, la base operativa dell’accordo Teach-Hornigold. Sui lati, lungo la costa, erano ormeggiate altre navi catturate dai pirati nel corso degli anni. La sabbia rappresentava invece il confine di separazione tra il mare e l’accampamento della ciurma, fatto non solo di tende e alloggi di fortuna ma anche di piccole costruzioni in legno, nelle quali potevano permettersi di vivere i banditi che avevano collezionato grosse fortune nel corso delle loro scorribande e che, soprattutto, avevano avuto il privilegio di essere ancora vivi per poterne beneficiare.

Edward fu portato sulla spiaggia con le mani legate, circondato dagli uomini del padre. Poco dopo, vide quest’ultimo arrivare assieme a Jane e Willay ed esibire il suo apparente disinteresse per la situazione.

Il Capitano, postosi al centro del cerchio di seguaci che pendevano dalle sue labbra, si lanciò in una sorta di orazione pubblica: «Signori miei, questo ragazzo ha perso i suoi cari. Questo ragazzo è venuto qui, dal continente, inseguendo il miraggio di suo padre, tale Edward Teach. È vero, conoscevo Mary Drummond. L’amavo. Ed è vero anche che probabilmente è mio figlio: è chi dice di essere, sangue del mio sangue, carne della mia carne. Ma cosa gli diciamo? Cosa cambia per noi? Se è venuto qui solo per questo, gli diciamo che ha sprecato il suo tempo, che in mare non c’è parentela che tenga. In mare noi dimentichiamo i concetti di nazione, di patria e persino le nostre identità. L’unica vera famiglia sono i miei uomini, che per me darebbero la loro vita, così come io sarei pronto a dare la mia per la loro! E possano bruciare all’inferno spagnoli, inglesi, francesi, portoghesi e tutti coloro che vogliono le nostre teste. Manderemo ognuno di quei figli di puttana a far compagnia agli infami che già bruciano dilaniati dalle fiamme di Satana, dopo essere caduti sotto i vigorosi colpi delle nostre lame. Perché nessuno è come noi, nessuno è meglio di noi e nessuno lo sarà mai! Lunga vita alla pirateria, lunga vita alla ciurma!»

E tutti quanti gli risposero in coro: «Lunga vita alla ciurma!»

Assaporata la gloria, Teach riprese il suo discorso e si rivolse direttamente a Edward: «Adesso, non so come un bravo ragazzo come te abbia anche solo potuto pensare di finire bene in mezzo a gente come noi, ma in qualche modo su quella nave hai dimostrato di poter essere utile, se ti ci metti. E allora noi, che in magnanimità siamo inferiori solo a Dio, ti diamo la possibilità di scegliere. O te ne vai, e ti farò scortare bendato per parecchie miglia affinché tu non possa mai più tornare, o resti e combatti. Non si entra nella mia ciurma per raccomandazione, no! Guarda i miei uomini: ognuno di loro si è meritato il posto nella nostra famiglia sacrificando qualcosa, e così dovrà essere anche per te! Ci stai?»

Edward si guardò intorno preoccupato. Quel gruppo di uomini lo stava giudicando con sufficienza, come un piccolo agnellino indifeso che era appena stato sbranato dal suo stesso padre. I sacrifici, le rinunce, le situazioni critiche che aveva vissuto per arrivare fino a quel punto lo caricarono di un’energia nuova. Spinto dal sentimento di rivalsa nei loro confronti e dal desiderio di dimostrare a Teach che poteva meritare l’ingresso nella sua ciurma, si alzò in piedi e con tono deciso esclamò: «Ci sto. Combatterò.»

Gli uomini furono ringalluzziti dalla scena e si lasciarono andare a schiamazzi, applausi e cori d’incoraggiamento, intonando motivetti pirateschi e preparandosi a festeggiare il ritorno a casa facendo gran baldoria. Teach accennò un sorriso e si allontanò dal ragazzo. Quando ebbe raggiunto Willay, sotto gli occhi e le orecchie di alcuni di quelli esaltati da quanto stava accadendo, sentenziò: «Molto bene. Preparate la Fossa.»

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Questo romanzo si compone di cinque parti.

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L’AUTORE

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.