WORLD2WORLD – PRIMA PARTE – STEFANO GIUGNO

I Connor

L’aria odorava di pioggia.

Sarebbe stato il ventunesimo giorno consecutivo: lo sentiva da quella brezza portata dal vento, fra il porfido intriso di umidità delle strade e il marciume accatastato in disordinati mucchi nei vicoli. Si accese una sigaretta, prendendola dalla custodia in pelle che aveva tormentato per tutto il tragitto, mentre la carrozza procedeva a sobbalzi tra le strade di periferia.

«Maledizione, Lucas. Proprio in questo cesso dovevi ritirarti» commentò tra sé e sé, disgustato dai miasmi provenienti dalla strada.

Svoltarono ancora per qualche vicolo, superando botteghe, fornai, locande cupe e dalle finestre patinate di fumo. Non scostò mai le tendine. Poi, la carrozza arrestò bruscamente il suo incidere.

«Ombre, che schifo di posto!» commentò da fuori il cocchiere, prima di annunciare l’arrivo.

Un tuono lontano accompagnò i pochi passi dell’uomo che scese dalla carrozza, dalla strada fino all’uscio del numero nove di Pine Street. Norman Flynn bussò tre volte.

«Chi è?» rispose una voce brusca e rauca.

«La tua spina nel culo, sono tornato a tormentarti.»

Un rumore metallico di chiavistelli e poi, di colpo, la porta si aprì.

«Il Capo muove il culo fino a questo cesso di quartiere? Squillino le trombe!»

«È davvero un cesso, Connor. Posso entrare?»

«Sei tu il Capo, come potrei rifiutare?»

Norman ordinò ai due uomini della scorta, che affiancavano il cocchiere, di rimanere fuori.

La casa di Lucas Connor era come ci si poteva aspettare che fosse la casa di un Cacciatore del Clan in pensione. Arredamento povero ed essenziale, tende pesanti a coprire sguardi indiscreti, porte e finestre dotate di inferriate e chiavistelli. Norman, data la sua lunga esperienza, poté notare anche il gran numero di armi improprie camuffate in casa. Come quel finto ombrello nell’angolo del corridoio o la spranga chiodata che fungeva da stipite della porta del salotto.

«Sei in pensione Lucas, hai quasi settant’anni, dovresti rilassarti e goderti il meritato riposo. C’è ancora vita fuori, lo sapevi?» concluse, entrando nel salotto buio.

Non dimostrare l’età avanzata era una prerogativa di Lucas. Pelle abbronzata, fisico robusto. Norman non lo andava a trovare spesso. Solitamente, passava per casa sua quando aveva bisogno del consiglio del suo mentore, quando il peso della sua responsabilità andava condiviso con chi ne conosceva l’entità. «Ti fai ancora la barba come se dovessi metterti la divisa» gli fece notare Norman, per sottolineare le parole precedenti.
Lucas, versati due bicchieri di brandy, tornò dal suo ospite.

«Allora Norman, hai fatto un salto dalla parte opposta della città per rompere le palle o volevi qualcosa?»

Si sedettero.

«Come va con la gamba?» chiese Norman di rimando.

Lucas lo fissò con i suoi occhi d’acciaio che l’età non aveva minimamente scalfito. «Non ci faccio le maratone. Che si dice giù al Quartier Generale?»

«Il solito. Alla fine avevi ragione, Leonard ha passato i test ed è pronto per prendere il mio posto… quando le Tenebre mi prenderanno» scoppiarono in una grassa risata.

Parlarono a lungo, ragguagliandosi sulle ultime notizie dalla città, anche se era Norman che teneva la maggior parte del discorso.

«E Victor?» la domanda di Lucas sfilò accanto a Norman, come una stoccata di contrattacco.

«Victor… purtroppo non ha fatto ritorno dalla sua ultima caccia.»

Fu solo in quel momento che Connor si soffermò a osservare attentamente il suo ospite. Blusa blu scuro, bottoni argentati, spalline con frange. Aveva poggiato i guanti di pelle sul tavolo e probabilmente aveva lasciato lo stocco sulla carrozza.

«Per quanto ami la divisa che abbiamo indossato assieme per quasi venti anni, non posso fare a meno di chiedermi da dove vieni, così conciato.»

Norman ingollò un sorso dal suo bicchiere, lo sguardo velato di nuvole tempestose. Ci mise un po’ a rispondere. Fissava il bicchiere come se li ci potesse trovare la risposta che cercava. «Ho sbagliato a venire qui» disse alzandosi.

Connor lo fermò, invitandolo a sedersi. Non sembrava una richiesta, aveva più l’aria di uno dei tanti ordini che gli aveva dato quando era al suo posto, quando era Connor il Capo del Clan dei Cacciatori.

«È tornato Connor. Il grande Orso è tornato.»

Connor subì la notizia come una pugnalata al cuore.

«Sono appena stato a una riunione con il Re, il Generale Winus e il comandante della guardia cittadina. Sono già morti sei civili.»

«Quanti Cacciatori ha ucciso?» sibilò Connor svuotando di un sorso il suo bicchiere di brandy.

Norman alzò una mano: «Tre.»

Connor distolse lo sguardo. Il petto cominciava a prudergli, proprio lì, dove la lunga cicatrice gli ricordava quell’incontro che mai avrebbe potuto dimenticare.

«Cosa sei venuto a fare qui, Norman?»

Il Capo Flynn si alzò in piedi, nervoso. «Avevamo una teoria, al tempo, ricordi?»

«Come potrei dimenticare: quella Bestia maledetta mi ha quasi strappato via il cuore dal petto. Certo che ricordo… ricordo il dolore e il desiderio di morire. Se sei qui per chiedermi di tornare, la risposta è no.»

«Non dire fesserie, Lucas. Sei un vecchio, oramai. Al tempo, ipotizzammo che ti avesse risparmiato la vita per un motivo… io devo fermarlo, Lucas»

Connor aveva lo sguardo fisso sul suo bicchiere. Il grande Orso.

«Connor…»

«No. Non so cosa tu abbia in mente ma… beh, non lo posso fare.»

«Ho bisogno di tua nipote, Lucas.»

Connor scattò in piedi. «Sei impazzito? Non mettere in mezzo Valerie. Ho già perso mio figlio e mia moglie per questa follia.»

«Connor…»

«No, Norman! Non se ne parla!»

«Connor!» tuonò il Capo «Lo sai che non te lo chiederei se non fosse necessario. Dammi una soluzione alternativa e la metterò in atto, una soluzione valida tanto quanto quella che per anni abbiamo perfezionato, aspettando questo giorno. Dammi qualcosa Connor, altrimenti lo sai cosa succederà.»

Lucas tremava. Tremava la mano che teneva il bicchiere e quella che lo riempiva di brandy, tremavano le labbra e le immagini terrificanti che emergevano dagli abissi delle sue paure.

«Sono stato ossessionato da questa storia per tutta la vita» disse solo questo.

Tornò a sedersi, sfiorandosi il petto, e giù, fino all’addome, seguendo il tracciato della sua cicatrice. Norman lo osservò, in attesa. Lucas Connor era stato uno dei migliori Cacciatori, e come Capo Clan aveva reso la caccia alle Bestie un lavoro per esperti, qualcosa di raffinato. Era stato uno dei migliori Capi che avessero mai prestato giuramento.

Quello che aveva di fronte, però, era un uomo piegato dalla stanchezza e dalla vecchiaia. Improvvisamente si sentì piccolo di fronte a Lucas, tornò a sentirsi la matricola che non aveva mai sentito parlare di Licantropi e Manticore.

«Perdonami, Lucas. Non sarei dovuto venire, non avrei dovuto nemmeno dirti dell’Orso. Le cose che ti ho detto… sono informazioni riservate, quindi, ti sarei grato se le tenessi per te. Troverò un’altra soluzione» Riprese il corridoio.

«Non c’è un’altra soluzione.» Connor si versò altro Brandy. «Valerie è a Blue Hills, vuole diventare Incursore.»

Norman avrebbe voluto dire qualcosa, ma Lucas stava per aggiungere altro. «Ti servirà anche Lucien»

Normann si voltò, stupito. «Lucien?»

«Mio nipote, sangue del mio sangue, sono i parenti più diretti che ho. Se vuoi una valida occasione per catturare o uccidere quella bestia maledetta, ti serviranno entrambi. Parlerò io con Lucien, tu pensa a Valerie» concluse, gli voltò le spalle e sparì nel buio del salotto. Norman diede una sistemata alla divisa e uscì.

Un raggio di sole si fece strada tra le nuvole pesanti sopra il Regno di Astrand. Prima di riprendere la strada sulla sua carrozza, accese un’altra sigaretta.

«Tutti e due? Ero riuscito a chiudere coi Connor, maledizione!»

Valerie e Lucien

Sciolse i muscoli delle braccia, poi quelli delle gambe.

Tre ampi respiri, socchiuse gli occhi per smorzare il riverbero del sole. Al segnale, scattò piegata verso l’ostacolo.

Saltò il muro in due movimenti, sotto la rete di filo spinato e poi giù nel labirinto di pali rotanti.

Arrampicata, piedi puntati sul muro e su. In cima. Il passaggio alla marinara fu più semplice delle volte precedenti.

Tuffo nella pozza e riemersione veloce. Raccogli l’arco, estrai e punta.

Rallenta i battiti, inspira profondamente, concentrati, escludi i suoni dall’esterno, aspetta che le gocce d’acqua cadano dalle sopracciglia, calcola il vento, espira. Arco teso puntato al bersaglio lontano un centinaio di metri. Un ultimo profondo respiro.

Centro.

Il sergente istruttore la raggiunse a passo spedito, urlandole in faccia come faceva sempre.

«Cadetto, Connor!»

«Sì, Signore!»

«Il tuo tempo di oggi è di due minuti e ventisette secondi, il quarto migliore del mio da quando sei qui, stai cercando di fare l’eroina Connor?»

Sul volto sporco di Valerie si allargò un tenue sorriso. «No, Signore. Cerco solo di migliorare me stessa, Signore!»

«E ci stai riuscendo anche troppo bene, cadetto» Nei pochi secondi di silenzio che seguirono, il sergente non mutò mai espressione. «Ora vatti a cambiare, il tuo allenamento di oggi è finito.»

Valerie stava per replicare, doveva completare il suo allenamento.

Ma il sergente la fermò subito. «Hai visite Connor, vatti a cambiare, è un ordine.»

Dopo essersi lavata e cambiata raggiunse le stanze del centro di comando. Quando vide Norman Flynn con dei fogli in mano, in piedi al centro della saletta privata, l’esaltazione provata pochi minuti prima scomparve immediatamente. Si affrontarono solo per qualche secondo, in silenzio.

«Tempi impressionanti alla pista. Il sergente andava particolarmente fiero dei suoi primati.»

«Non si smette mai di stupirsi, giusto Signore?»

Norman poggiò i fogli. «A quanto pare. Sono venuto per farti una proposta, vorrei che ci riflettessi prima di rispondere, è una possibilità che non capita a tutti. Ho bisogno di te per una Caccia… diciamo, la tua seconda occasione.»

«Non voglio una seconda occasione, mi sono fatta buttare fuori dal Clan. Insubordinazione, ricorda? La lettera diceva ‘Incapacità di sottostare alle più semplici regole di comportamento’ giusto?»

Il tono era sempre quello: sfacciato e impudente. Norman aveva affrontato le peggiori teste calde, sia come compagni di caccia che, in seguito, tra i nuovi arrivati nel Clan.

Tuttavia, Valerie aveva un talento particolare e unico, sia nell’usare il suo arco di maggiociondolo, sia nell’irritare i suoi superiori. Ma doveva provarci lo stesso, era troppo importante. «Da quello che vedo qui, però, sei la migliore tra gli Incursori dell’esercito. I tuoi sono risultati eccellenti.»

«Non torno indietro» sentenziò Valerie.

Norman raccolse le sue carte. Aveva avuto anche troppe discussioni con Valerie nel breve periodo in cui l’aveva addestrata. Le dava sui nervi, e il motivo principale erano, ovviamente, le sue eccellenti capacità. Parlò, quindi, con sufficienza, con quel tono che sapeva bene l’avrebbe irritata. «Solo una Caccia, è quello che ti propongo. Se poi vorrai restare bene, altrimenti potrai tornare qui a… infrangere primati e sprecare il tuo talento. Non so se nel tuo breve soggiorno col sergente lo hai capito, ma l’ultima minaccia rimasta in questo mondo sono le Bestie, e di quelle se ne occupano i Cacciatori del Clan e gli Esploratori Aladel. L’esercito regolare si limita a tenersi in forma. Se sono qui è perché in qualità di Capo Clan voglio solo il meglio tra le mia fila, e anche e soprattutto perché tuo nonno mi ha caldamente raccomandato di fare un tentativo.

Tuttavia, come hai giustamente detto, sei tu stessa ad essertene andata. Scelta legittima. Tra due giorni partiamo per il Sud dal Quartier Generale, con o senza di te.» Poi, senza attendere risposta, infilò la porta, lasciando Valerie sola e impegnata a trovare un motivo per non accettare la proposta.

***

La porta del laboratorio, un capanno di legno alto e largo, si aprì cigolando.

«Un attimo» urlò una voce da qualche parte in mezzo agli scaffali di ferro e legno, tra le beute e le variopinte erbe appese e appoggiate dovunque.

Lucien aprì la bussola che aveva in mano con cura, mordendosi le labbra e pregando gli Dei in cui non credeva. La lancetta era immobile. Schiacciò a uno a uno tutti e tre i tasti, componendo una sequenza ben determinata. Fece quindi fare un intero giro alla levetta sul lato destro della bussola.

La lancetta cominciò a vibrare come impazzita, oscillando a destra e a sinistra. Lucien non credeva ai suoi occhi.

Funzionava.

Si mise a correre tra le sedie e gli scaffali, sotto i tavoli ricolmi di oggetti assurdi agli occhi di chi non era un alchimista.

«Dove sei? Dove sei? Dove sei?» Un topolino sfrecciò di fronte a lui. Lucien lo seguì con tanta foga che finì gambe all’aria, facendosi cadere addosso un intero tavolo pieno di oggetti da laboratorio dalle forme contorte, ponendo fine al suo inseguimento. Si rialzò e si ritrovò di fronte l’uomo che era entrato dalla porta.

«Sei tu? Che ci fai qui?»

«Che diamine combinavi, nipote?» chiese Lucas incuriosito.

«Oh, è una bussola, ma non segue il Nord, segue lui» disse indicando il topolino che sfrecciava tra la confusione che Lucien chiamava laboratorio.

Si chiese come diamine fosse possibile. Lucas non aveva mai avuto molta immaginazione e nemmeno suo figlio Andreas, padre di Lucien, era mai stato uno molto fantasioso.

Doveva aver preso dalla madre. «Hai creato una bussola… per seguire i topi?»

«Ehm… no, non segue i topi, è un po’ più complicato di così. Senti, lascia stare. Cosa ti porta da questa parte del mondo?» chiese, azzannando i resti di un panino raccattato chissà dove.

«Sono passato per un saluto. Come te la passi Lucien?»

«Bene. Ho le piante, i miei giocattoli. Non mi lamento. A breve arriveranno i Nani e potrò prendere i pezzi che mi servono per completare alcuni dei miei lavori. Ah, se solo mi prendessero con loro. Potrei studiare come costruiscono quegli enormi colossi di rame e acciaio» non serviva che lo guardasse in faccia per percepire il disagio del nonno. «E tu, vecchio, come te la passi? Te ne stai ancora rintanato in quel buco a Pine Street?»

«Vorrei dirti di no» sorrise Lucas «Ho saputo che tua sorella se la cava bene nell’esercito. Voi due vi tenete in contatto?»

Lucien mollò quello che stava facendo e recuperò due sgabelli dalla confusione generale. «Non ci vuole la mia intelligenza per capire che non è solo una visita di cortesia. Troppi convenevoli indicano che stai prendendo tempo per chiedere quello che sei venuto a chiedere. E siccome sei tu, voglio darti la possibilità di fare un tentativo, anche se credo già di sapere di che si tratta.» Lucien, in alcuni momenti, poteva apparire impacciato, tuttavia quei suoi modi strampalati nascondevano un’intelligenza spregiudicata e talvolta priva di scrupoli, che aveva sempre il controllo di sé e della situazione.

Lucas trasse un profondo respiro. Che tentare di convincere Lucien fosse inutile lo sapeva, come sapeva che avrebbe avuto maggiori possibilità se glielo avesse chiesto lui, piuttosto che Norman. «Il Clan avrebbe bisogno delle tue competenze e del tuo aiuto per una Caccia. Si tratta di un caso particolare, per cui serve gente brillante. Nessuno ti tratterrà, una volta finito.»

Lucien lo fissò per pochi interminabili secondi. «No.»

Lucas rimase stupito da quella risposta secca. Senza spiegazioni, senza il minimo dubbio. «No e basta?»

«No e basta. Per la cronaca, sei stato piuttosto banale, puntando sull’adulazione. Pensavi davvero di convincermi così? Sono un inventore e un alchimista, fossi in te avrei puntato a stuzzicare la mia curiosità»

«E avrebbe funzionato?»

Lucien sospirò. Riprese a sistemare quel disastro che era il suo laboratorio, parlando con quel tono che il nonno gli aveva sempre sentito, ogni volta che gli argomenti si facevano seri. «Il Clan mi ha portato via mio padre e mia madre. Tu praticamente sei comparso nella mia vita e in quella di mia sorella solo quando ti sei ritirato. I Connor hanno già versato abbastanza sangue per la causa. Quindi no, non sarebbe servito, ne abbiamo parlato mille volte e la risposta è sempre la stessa. Non entrerò a far parte del Clan, non seguirò le vostre folli orme.»

«Nessuno ti chiede di unirti al Clan. Il nostro dovere è servire il Regno, non te lo hanno insegnato a scuola?»

«No, nonno» replicò Lucien, quasi con rabbia «il nostro dovere è vivere le nostre vite, com’è per tutti gli altri. Tu, papà e anche il tuo di padre e chissà quante altre generazioni della nostra famiglia hanno servito il Regno. Non siamo legati da un giuramento di sangue a proteggere il mondo degli uomini dalle Tenebre. E poi, non sono gli Aladel a proteggere i portali? Che ci pensino loro.»

Non c’era altro da dire, meglio di così non si poteva fare. Lucas fece per andarsene, salvo fermarsi sul portone di legno per un’ultima frase. «Per la cronaca, Norman Flynn è andato a fare la stessa proposta a tua sorella e, se la conosco bene, accetterà. La Caccia è una questione di famiglia, che a te piaccia o no, Lucien.»

Valerie… Puntare a ciò che più tieni al mondo per convincerti a fare quello che vogliono loro, tipico. Perché la sua famiglia non poteva semplicemente vivere come tutti gli altri?

Vide suo nonno andare via. Raccolse la bussola e, con un gesto d’ira, la frantumò contro la parete del laboratorio. Doveva berci su, poi sarebbe andato a impedire a sua sorella di fare una follia simile, di nuovo.

La Scelta di Valerie

Mancava una settimana all’arrivo della carovana dei Nani dell’Ovest. Forkrith era l’ultima città del Regno di Astrand, prima delle valli dell’Ovest. Da lì i Nani avrebbero proseguito verso le montagne, verso la loro città-fortezza immersa nelle alte montagne, a Galad-Hal.

Centro.

I Nani vendevano vestiti, pelli, gioielli e pezzi dei loro complessi macchinari, anche se non era per quello che a lei piaceva quella settimana di festa. Amava i Nani, i loro costumi semplici e la loro giovialità, di cui sentiva la necessità, ora più che mai.

Centro.

A dire il vero, non gli sarebbe importato più di tanto di saltare quella ricorrenza. Capitava ogni anno, che differenza poteva fare saltarla per una volta? Forse, però, saltarla per unirsi di nuovo al Clan faceva qualche differenza.

L’ultima freccia mancò il bersaglio di parecchi centimetri.

Valerie rimase con l’arco teso, gli occhi viola scuro fissi sul centro di paglia, un ricciolo scuro le cadde di fronte agli occhi.

Rientrare nel Clan, ingoiare l’orgoglio. Come faceva suo fratello a non cedere mai?

Lui era intelligente e furbo. O forse solo egoista.

Lucien certamente non si allenerebbe da solo di domenica mattina” commentò tra sé, delusa, mentre si cambiava per il viaggio.

Era passato un giorno dalla visita di Norman Flynn. L’aveva stupita la reazione del sergente istruttore. Secondo lui, il suo talento era sprecato per gli Incursori; secondo lui, Valerie era destinata, parola sue, a qualcosa di più grande. Tuttavia, ciò che la tormentava e le rubava il sonno era una cosa in particolare tra quelle dette da Flynn:

suo nonno l’aveva segnalata come la più indicata per quell’incarico. Perché? Forse era per il suo carattere? Quell’istinto a superare i propri limiti e migliorare se stessa?

Durante il tragitto che la portò a casa del nonno le vennero in mente un’altra dozzina di possibili risposte… nessuna delle quali, tuttavia, riuscì a tirarle su il morale. Continuò a cercare una risposta, rapita dai suoi pensieri, fino a che fu nel salotto buio, con un bicchiere di tè freddo tra le mani.

Quando era piccola, il nonno le raccontava spesso delle sue pericolose avventure: di quelle affrontate quando era solo un cacciatore insieme al proprio padre; e poi di quelle affrontate quando era diventato Capo, insieme al proprio figlio, il padre di Valerie. Aveva ucciso Bestie di tutti i tipi. Le possenti Manticore, con i loro terribili aculei velenosi; branchi famelici di Licantropi; le temibili Idre; e, addirittura, una volta gli aveva raccontato dello scontro con una Viverna.

Quando era toccato a lei, aveva constatato che quelli non erano solo racconti per impressionare una bambina. A sue spese aveva scoperto che Minotauri, Arpie, Sfingi e Basilischi esistevano veramente, erano realmente in grado di fare tutte quelle cose terribili narrate nei racconti.

Aveva visto i suoi amici morire, i suoi superiori morire. Aveva visto fiumi di sangue e non aveva nemmeno trent’anni.

«Valerie?»

Era stato il nonno a trascinarla in quella vita.

Forse, se suo padre fosse stato vivo e non fosse morto durante una caccia; se sua madre, per il dolore provato, non fosse fuggita; allora, forse, lei sarebbe cresciuta come una ragazza normale, senza allenarsi al tiro con l’arco da sola, di domenica, con la testa piena di dubbi e domande, quando chi può passa la giornata a oziare con la propria famiglia. Quello era sempre stato il lavoro del nonno, il retaggio della loro famiglia. Il nonno l’aveva cresciuta con l’idea che fare il Cacciatore serviva a proteggere i più deboli da quegli abomini propri del Mondo delle Tenebre.

«Valerie, stai bene?» le chiese il nonno tenendole la mano.

«Sì» sussurrò lei, bevendo una lunga sorsata di tè.

«So che Flynn è passato a proporti di rientrare nel Clan e…»

Valerie sembrò riemergere dallo stagno dei suoi pensieri. «Come hanno fatto le Bestie a passare nel nostro Mondo? Gli Aladel controllano i tre Portali, li sorvegliano giorno e notte da secoli, come hanno fatto a eludere la loro sorveglianza? È una cosa che mi sono sempre chiesta»

Lucas rimase interdetto per qualche secondo. «Nessuno lo sa di preciso. Varie teorie sono state formulate nel tempo. Potrebbe essere che abbiano attaccato uno dei tre Portali e siano riuscite a passare e gli Aladel non abbiano mai detto niente; o potrebbe essere che qualche Aladel le abbia lasciate passare di nascosto, cedendo alla corruzione, cosa di cui dubito fortemente; ma la cosa più probabile è che siano arrivate qui moltissimo tempo fa, quando né i Nani né gli Aladel e tanto meno noi Umani eravamo a conoscenza dell’esistenza dei Portali.»

Valerie annuì. «Ma stando troppo tempo da questa parte dovrebbero bruciare, per via della luce.»

«Certo, come noi moriremmo a causa della Piaga se andassimo nel Mondo delle Tenebre. Tuttavia, in entrambi i Mondi ci sono sia Luce che Ombra, il modo di sopravvivere si trova sempre.»

Il modo di sopravvivere si trova sempre.” Forse era quello che la spaventava della vita da Cacciatore. Se ne usciva solo in due modi, morto o sopravvissuto. Non aveva più senso dare una possibilità a quella vita. Lucien era cresciuto, non doveva più difenderlo da nulla.

L’imbarazzante silenzio che seguì a quella breve lezione durò a lungo.

«Non hai ancora scelto?»

«Perché hai fatto il mio nome a Flynn?»

Lucas si aspettava quella domanda, eppure fu lo stesso sorpreso dalla violenza nel tono di voce della nipote.

«Sei già stata nel Clan, conosci le loro tecniche e il loro addestramento. Sei una dei migliori arcieri che abbia mai visto. Flynn aveva bisogno di un aiuto e ho proposto voi»

«Voi? Vuoi dire che anche…»

«Sai che ho sempre provato a convincere Lucien a entrare nel Clan. Per le sue competenze.»

«Voglio la verità, nonno»

Il peso delle verità taciute sulla fine di Andreas, suo figlio e padre dei ragazzi, pesavano da troppo tempo sulle sue vecchie spalle. E negli anni, l’ossessione per il grande Orso aveva continuato a insinuarsi nella sua mente, come un cancro.

Valerie voleva la verità. Le avrebbe dato la verità, o almeno la sua verità.

«Perché è nel nostro sangue, Valerie. C’è chi nasce nobile, con l’attitudine a governare. E c’è chi nasce per dare la caccia alle Bestie.»

«Che sciocchezze!»

«Lo sono? Davvero? Puoi dire con assoluta certezza che non hai provato che disgusto per ogni affondo che hai messo a segno, per ogni Bestia che è morta sotto i tuoi piedi? In tutta onestà, puoi affermare di non aver mai provato un brivido di potere per ogni creatura che hai ucciso?»

Valerie sentì qualcosa risvegliarsi in lei, un grido strozzato che cercava di erompere dalle sue viscere. «Forse vale per te, ma non per noi.»

«Non per Lucien, forse» il tono del nonno era tornato quello duro e autoritario di un tempo, «ma tu Valerie… tu sei una Cacciatrice» fece una pausa, per rallentare l’impeto. «So dei tuoi contratti con i mercenari.»

Valerie abbassò lo sguardo.

«Io…»

«Non ti sto giudicando» si affrettò a precisare «Ho fatto cose ben peggiori nella mia carriera. Dico solo che accettare omicidi su commissione non è una cosa che possono fare tutti. Bisogna essere affamati, precisi, metodici. Prima mi hai chiesto perché ho fatto il tuo nome con Flynn. Vuoi la verità? Questa è la verità, Valerie. Tu sei una Cacciatrice, ce l’hai nel sangue, come tuo padre, come me e anche come Lucien. Non sei nata per nasconderti tra i balordi che vengono reclutati nell’esercito di sua maestà, e lo sai»

Valerie si sentì crollare in mille pezzi. Un’altra persona avrebbe urlato e protestato, provato a difendere il suo onore. Lei, invece, rimase in silenzio, a contemplare quanto quelle parole suonassero maledettamente vere. Sì, ogni volta che aveva abbattuto una bestia aveva provato un brivido di potere, aveva sentito l’ardente soddisfazione di vedere quelle creature morire per mano sua, aveva goduto nel dar loro la caccia per poi sentire l’inebriante odore del loro sangue. Quando, poi, era stata buttata fuori dal Clan, aveva dovuto accettare omicidi su commissione per provare di nuovo quel brivido. Ma per quanto fossero moralmente simili a bestie quelli che accettava di uccidere, non era la stessa cosa, non gli aveva dato lo stesso piacere.

«Ti sei mai chiesto perché mi sono fatta buttare fuori dal Clan? Non volevo finire come papà» si affrontarono per qualche secondo, in silenzio, mentre Valerie si alzava e raccoglieva le sue cose. «Ora spero solo di non finire come te.»

Lucas la guardò uscire e poi rimase a fissare la porta, ripensando a quelle parole cariche di rancore. Flynn comparve dalla cucina alle sue spalle con due bicchieri di brandy.

«E’ sempre stata così dura essere un Connor?»

Lucas prese il bicchiere e ne bevve una lunga sorsata. «Anche peggio»

«Secondo te, accetterà?»

Il vecchio Connor percepì il senso di disgusto per se stesso nel fondo del bicchiere. Menzogne e ancora menzogne. Il mistero sul grande Orso andava risolto, a qualsiasi costo, non c’era cosa che importasse di più.

«Certo che accetterà, è una Cacciatrice.»

Doveri e Rimorsi

Anche il mattino seguente non fu accolto dal sole.

Le stesse nuvole gravavano da giorni su Folkrith. Flynn aveva richiamato un esperto in caccia grossa di nome Ron e un esperto di tracce del Nord che tutti chiamavano Il Verde, per la sua capacità di seguire le tracce paragonabile solo all’abilità degli Aladel della Porta Verde. Valerie arrivò per ultima.

Aveva rispolverato tutti i suoi vecchi attrezzi. La spada di rame e acciaio, leggera e tagliente come un rasoio, i coltelli lunghi da caccia e il suo arco di maggiociondolo, uno dei migliori. Ogni sua arma era stata fabbricata dai Nani. La divisa le cadeva ancora bene. Flynn l’accolse con un sorriso, nessun cenno del capo, niente formalità inutili.

Partirono quasi subito, presentandosi tra loro a malapena.

Ogni cavallo era stato rifornito di provviste e del necessario per costruire un rifugio per la notte. Flynn diede le specifiche della missione durante il tragitto. L’Orso aveva ucciso sei civili nelle fattorie di alcuni villaggi dell’Eldermarch, nel feudo di Folkrith, ignorando deliberatamente gli animali d’allevamento per concentrarsi sugli umani. Una pattuglia di Esploratori di Aladel Azzurri aveva confermato qualche avvistamento, nulla più.

La loro missione era creare una trappola, prendere l’Orso, vivo o morto, e scoprire se faceva parte di un branco oppure no. Nel caso avessero trovato un nido avrebbero dovuto riferire agli Aladel della Porta Azzurra e il loro compito sarebbe finito lì. Si soffermò su quella parte, per Valerie, perché le fosse ben chiaro che non erano ammesse alzate di testa, specie quando si aveva a che fare con gli Aladel.

Un chilometro dopo l’altro, i segni della civiltà finirono con lo sparire quasi del tutto. I piccoli villaggi di pescatori e contadini, che di tanto in tanto incontravano, erano un ammasso di stamberghe di legno, sparse nei pressi di laghi, fiumi e foreste. Anche lì, comunque, avevano storie da raccontare sull’Orso. Qualcuno li mise in guardia, altri evitarono l’argomento. Tra le tante teorie, ve ne fu una che colpì Valerie più di tutte: secondo alcuni, l’Orso altro non era che un uomo deformato e posseduto da un Demone del Mondo Oscuro, che era riuscito a passare nel Mondo della Luce.

Le ipotesi dei bifolchi, per quanto tra loro diverse, puntavano però tutte il dito contro un solo colpevole, a vario titolo immischiato in quella brutta storia: gli Aladel.

Il Verde ascoltava tutti, chiedeva e approfondiva ogni teoria, per quanto assurda sembrasse. Pagava da bere nelle taverne e si offriva di risolvere piccoli problemi, pur di cavar fuori quante più informazioni possibili. Dopo una settimana di viaggio, giunsero all’ultimo villaggio, ai confini estremi del regno. Più a meridione di lì, c’erano solo le montagne dei Nani. La sera, seduti intorno al fuoco, fecero il punto della situazione.

Durante il periodo intercorso tra il primo attacco e il loro arrivo, i morti erano saliti a dodici. Per quante informazioni avessero raccolto, rimanevano alcune perplessità: le Bestie di medie dimensioni, come Licantropi e Manticore, cacciano in branchi, vivono e muoiono col branco… questa Bestia invece agiva da sola; inoltre, le Bestie prediligono i Nani, per la loro statura e perché vivono sotto terra, al buio, e di rado attaccano villaggi degli Umani o degli Aladel costruiti alla luce del sole.

S’interrogarono a vicenda su quelle anomalie, senza tuttavia giungere a una soluzione condivisa. Poi, decisero i turni di guardia e si misero a dormire.

Il giorno seguente iniziò con una buona notizia. Svegliatosi prima degli altri, durante un giro di perlustrazione, il Verde aveva trovato le tracce di quello che sembrava un grosso Orso. La pista puntava dritta alle montagne.

Partirono tardi, quando il caldo del pomeriggio cominciava ad attenuarsi e il buio lentamente scivolava verso di loro, con il Verde che li precedeva in avanscoperta. Dopo diverse ore di viaggio giunsero a un altopiano ricoperto di faggi. Qui si ritrovarono di fronte all’ingresso di una caverna: era certo che quella fosse la tana di un orso. Dovevano aspettare lì, appollaiati sugli alberi.

Valerie si ritrovò sola, seduta su un grosso ramo, a diversi metri dal suolo, mimetizzata con l’ambiente nel tiepido silenzio della foresta: aspettava la sua preda. Diede un profondo respiro.

Ron e il Verde non le avevano chiesto niente, le avevano a malapena rivolto la parola. Diverse volte, nel corso di quella settimana, era stata sul punto di contraddire Flynn, ma si era morsa la lingua. Non era più abituata ai dolori delle lunghe ore a cavallo, alla puzza e alla fatica. Diede un altro respiro, e sorrise.

Finalmente si sentiva libera, serena, quasi le tremavano le mani dalla felicità. Quello era il suo mondo, ciò che davvero era, inutile negarlo ora. Sentiva il fremito della caccia, il brivido incontrollabile della battaglia.

Più grossa la preda, più eccitante l’attesa.

***

I pub di Astrand puzzavano di alcool e sudore.

Tutti, senza eccezioni.

Cosa che, comunque, non aveva mai destato le proteste di nessuno. Né dei locandieri, la maggior parte dei quali puzzava ancor più del loro locale, né delle donne che intrattenevano i clienti. Lucien adorava quel tipo di locali. Sia per la birra, scura e speziata, sia, soprattutto, per le donne.

«E ora guardate» stava dicendo alle due giovani signorine dai capelli rossi appoggiate assieme a lui su un divanetto «Se sfrego questa forchetta sulla manica posso sollevare questo tovagliolo, così.»

«È magia» diceva una.

«È così eccitante» faceva eco l’altra.

«Sì, vedete…» la voce gli morì in gola quando, passando lo sguardo sul bancone, riconobbe la sua sagoma ingobbita.

«Perdonatemi, belle signore. Aspettate qui, torno subito.»

Attraversò il locale, lo sguardo fisso sul suo obiettivo. Gli si sedette accanto e ordinò due brandy.

«Bevi sempre il solito, vero nonno? È la seconda volta che esci fuori dal tuo buco in pochi giorni, che ti succede?»

Lucas alzò la testa e rivolse un’occhiata al nipote. I suoi occhi tradivano una serata di alcool cominciata molto prima di quel pub. «Dov’eri?» il suo tono era basso, cavernoso, corroso da una depressione oscura.

«Che vuoi dire?»

«Ho fatto il mio dovere. Un cacciatore esegue sempre gli ordini del suo Capo, fino alla fine dei suoi giorni. E poi, quella bestia… la rivedo ogni notte, nei miei incubi. A volte, mi ossessiona, fino a prendere il sopravvento. Ma io… contavo su di te per impedire a Valerie di tornare a fare quella vita. Contavo sulla tua intelligenza e sul tuo parlare raffinato. Perché non sei andato a dissuaderla?»

Chiacchiere da ubriaco. Lucien era indeciso se valeva la pena rispondergli oppure no.

«Tu dovevi fermarla.»

«Le vedi quelle due laggiù» rispose Lucien, indicando le sue amiche sul divanetto. «Una delle due è sposata. Credo abbia un figlio, anche. Eppure, stasera mi ubriacherò e andrò a letto con tutte e due… e domani, indovina un po’, riprenderò le mie occupazioni come nulla fosse, e sai perché? Non è per la mia mancanza di morale. Non solo. Sono donne cresciute, fanno le loro scelte e si assumeranno le loro responsabilità. Quando sei venuto a dirmi che volevate sia me che Valerie, lo ammetto, ho pensato a dissuaderla. Ma poi mi sono detto che è grande abbastanza, che è perfettamente in grado di prendere le sue decisioni da sola, e assumersi di conseguenza le sue responsabilità. Semplicemente, non doveva essere affar mio.» Lucien finì il suo bicchiere e lasciò sul bancone soldi a sufficienza per un altro paio di giri. «Se vuoi cercare la redenzione nel brandy accomodati pure, ma non venire da me a scaricarti la coscienza, hai sbagliato persona. Ognuno paga i propri errori, e io non pagherò per i tuoi.»

Lucien andò via. Lucas tracannò un altro bicchiere.

Lo trovarono due giorni dopo, appeso al lampadario del suo salotto buio.

Continua…

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L’autore

Stefano Giugno (1985) scrive dal 2006. Gamer, appassionato di serie tv, cinema e disegno, le sue principali passioni letterarie sono il fantasy, Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle. La saga di “World2World” è il suo esordio letterario e fa parte di un ampio progetto.