Wrath – Sins of Fairy Lands – Daniele Lombardi

 

Prologo

 

C’era una volta, nel lontano regno di Tals, un’antica e potente famiglia di nobili: i Moor.

Generosi, colti, benvoluti dall’intera comunità di Bayville, i Moor erano i protettori dell’Ovest per concessione diretta del Re. Da generazioni, il loro compito era stato quello di salvaguardare le acque mistiche delle Baie di Tals, che sempre più spesso venivano prese di mira dalla cupidigia dei forestieri, e con il tempo la loro dimora era diventata il punto di riferimento di quella parte del Continente, nonché il simbolo stesso dell’autorità locale.

I Moor vivevano in un massiccio palazzo in pietra nera, che affacciava con le sue ampie vetrate direttamente sulla piazza principale della città. Ogni giorno, il capofamiglia Alos accoglieva nella Sala Grigia una certa quantità di cittadini, attingendo con benevolenza all’immensa ricchezza donatagli dalla capitale per distribuirla ai meno abbienti. Alos non era solito comportarsi alla maniera dei nobili altezzosi, e come lui anche i suoi fratelli e le sue sorelle conducevano uno stile di vita semplice, privo di qualunque inutile sfarzo. L’abbigliamento disadorno, i pasti essenziali e la dedizione ai piaceri dell’intelletto erano ormai cosa nota, e l’intera famiglia allargata, curiosamente, conviveva sotto lo stesso tetto, dividendosi in parti eguali gli spazi e contando oltre trenta persone tra prole, coniugi e anziani.

Riconoscerli tra le strade era semplice: erano di bassa statura, corporatura robusta, e avevano gli occhi di un colore simile al ghiaccio, che sembravano stagliarsi come stelle al di sotto dei folti capelli neri.

Gli abitanti di Bayville non si ponevano domande circa il modo di vivere dei loro governanti. Certo, gli altri nobili del Continente occupavano il tempo a organizzare serate di gala e a combinare matrimoni d’interesse per insediarsi in tutte le posizioni di rilievo dell’alta società, ma in quei luoghi sapevano bene che per i Moor la cosa più importante era tenere unita la famiglia, e per un motivo ben preciso: erano maledetti.

Per capire come, dobbiamo tornare a due secoli prima.

A quel tempo, Tals viveva un momento di profonda crisi. Il drago Faragon aveva da poco devastato la capitale subissandola di fuoco, e i regnanti erano stati costretti a impiegare grossa parte delle milizie nella ricostruzione della città, permettendo ad alcune truppe di Mezzorchi di approfittarne per stanziarsi liberamente tra Talshill e l’Ovest, mirando quest’ultimo. Messi alle strette, i Moor si recarono prostrati verso Sud in cerca d’aiuto, ma vennero respinti in malo modo da Rugasia, imbattendosi tuttavia in una potente strega elfica sulla via del ritorno.

La strega, che vagabondava scalza tra i boschi dei reami, somministrò agli avi dei Moor una pozione portentosa, con la promessa di fargli ottenere una forza sovrumana. Li trasformò in lupi antropomorfi: erano grossi, feroci, indomabili. In quelle fattezze, riuscirono a scacciare agilmente il nemico dalle proprie terre, ma il successivo maleficio della licantropia a cui furono sottoposti cambiò per sempre le sorti della loro dinastia.

Da allora, all’avvicinarsi di ogni luna piena, i Moor si allontanavano regolarmente da Bayville per raggiungere un lontano podere di montagna, nel quale sarebbero stati liberi di trasformarsi e scatenare la loro furia. Lì, di solito, combattevano come forsennati fino al sorgere del sole, dopodiché pregavano che nessuno ci avesse rimesso la pelle, ritrovandosi nudi e rinsaviti. Rientravano a Bayville accolti dall’amore e dalla riconoscenza dei cittadini, grati per il sacrificio compiuto dalla famiglia, ma portavano dentro una tristezza che gravava pesantemente sui loro cuori.

La situazione andava avanti da molto tempo, e sebbene nel corso dei decenni le vittime si fossero contate sulle dita di una mano, una mattina avvenne l’irreparabile.

Storditi dalla nottata, Alos e i suoi erano stanchi, e giacevano inermi nei prati di montagna. Avrebbero dovuto al più presto rimettersi in sesto per poter rincasare, ma non appena ebbero recuperato e indossato le loro vesti di ricambio, udirono riecheggiare per tutto il podere delle grida di terrore provenienti da Nord. Alos capì subito che non si trattava del rinvenimento di una vittima sacrificale della luna, e salì di corsa sulla collina oltre il fienile. Scalandola, avvistò decine di Mezzorchi falciare i campi di sua proprietà, sbaragliando violentemente i Moor che incappavano malauguratamente nel loro cammino.

L’incubo era vivo, la ritorsione imminente. Alos non sapeva se quei Mezzorchi venissero da Zafaran, dove avevano trovato asilo, ma era certo che qualcuno li avesse informati per bene sull’esatta ubicazione dei Moor, per consentirgli di vendicare i loro antenati. Discese rapidamente i campi, arretrando in direzione del fienile, e tenne a debita distanza uno dei Mezzorchi che già preparava l’ascia per colpirlo. Dischiuse la porta, acciuffò suo figlio Mailer per il braccio e cominciò a gridare agli altri: «Via, via! Scappate!»

Mailer era ancora indolenzito dalla notte precedente, e una larga escoriazione gli attraversava la schiena facendogliela bruciare per il dolore. Aveva solo nove anni, e non capì esattamente cosa stesse accadendo. Sentiva delle grida di terrore provenire dai campi, ma non riusciva a mettere a fuoco una singola immagine che subito il padre lo sballottolava, strattonandolo con forza.

I due giunsero nei pressi della zona boscosa appena oltre il ruscello. Alos gettò un’occhiata dietro di sé, e poi andò ad annidarsi tra gli alberi, spingendo suo figlio all’interno del tronco cavo di un grosso castagno.

«Resta qui, Mailer! Resta qui qualunque cosa succeda!»

«Ma papà…» provò a obiettare Mailer, con il braccio ancora dolorante per la presa dell’uomo.

«Niente ma! È un ordine! Promettimi che non uscirai fino a quando non sarai al sicuro» insistette Alos.

«Va bene» acconsentì Mailer, intimidito.

«Bravo, piccolo» lo incoraggiò Alos, strofinandogli i capelli tra le dita per poi fuggire via, in direzione del podere.

Mailer avrebbe voluto chiedergli in che modo sarebbe stato al sicuro, ma non ne ebbe il tempo. Rimase solo. Si accovacciò all’interno del tronco nella speranza che qualcuno venisse a cercarlo, e continuò a rizzare le orecchie per cogliere frammenti di suoni. Ciò che sentì furono urla, e dolore. E poi più nulla.

Restò nascosto a lungo, in silenzio, e quando udì i passi pesanti dei Mezzorchi calpestare l’acqua per attraversare il ruscello, ne ebbe talmente paura da trattenere il respiro per evitare d’essere scoperto. Uscì fuori solo un’ora dopo, quando il sole picchiava alto sul terreno e non v’era traccia di forme di vita.

Camminò a piedi nudi nell’erba sporca di sangue, tenendo una mano a protezione degli occhi per non essere accecato dalla luce. Le lacrime scorrevano copiose lungo le sue guance, il cuore gli batteva all’impazzata e tutto il corpo tremava come in preda alle convulsioni, ma non un singolo grido venne fuori dalle sue labbra, che restavano serrate. Suo padre era morto, e anche sua madre. I suoi fratelli erano morti, e delle sue sorelline, mangiate avidamente da quelle bestie, restavano solo brandelli di vestiti. I suoi zii, i suoi nonni, i suoi cugini.

Non era rimasto più nessuno.

Capitolo I

 

Tra pini innevati, stagni ghiacciati e il guaiolare delle volpi, il gelido inverno di Tals era giunto al suo giro di boa, e Roy Flower, giovane ambasciatore di Zafaran, viaggiava in una carrozza trainata da due dei migliori cavalli del suo regno. Non aveva ancora compiuto trent’anni, quel ragazzo brillante e spigliato, che già era uno degli uomini più rinomati al servizio della casa reale. La pelliccia d’orso bruno nel quale era avvolto costava una fortuna, e assieme al colbacco nero indossato fin sotto alle orecchie, lo proteggeva dal vento freddo che sibilava sui vetri scricchiolanti del grosso calesse. Roy percorreva quella tratta montana da poco meno di un anno, ma la sentiva già parte della sua routine: in Primavera, aveva preso a visitare Tals per acquistare scorte di acqua mistica proveniente dalle Baie, e questa era la prima volta che si recava a Bayville in inverno, su richiesta della corona, con la gelata che andava accompagnandosi a un tragitto niente affatto banale.

Lungo le strade di montagna, autorizzate dal governo, stazionavano orde di Mezzorchi per riscuotere cospicui pedaggi dai viandanti. Vivevano in piccole tendopoli di fortuna, poco distanti dai loro posti di blocco, e dal vestiario impalpabile davano l’impressione di non soffrire le basse temperature. L’olezzo della loro urina proveniente dal bosco era nauseante, e poteva essere apprezzato pienamente a mo’ di benvenuto da tutti coloro che sostavano ai varchi per sottoporsi ai controlli.

Il cocchiere di Flower, trovandosi davanti a un paio dei loro grugni grigiastri, tirò le briglie e arrestò cavalli e carrozza.

«Ambassatore?» domandò una delle due sentinelle, con fare guardingo.

«Sì» rispose il cocchiere, «ambasciatore» e marcò volontariamente la pronuncia corretta, senza nascondere più di tanto il suo fastidio.

Il Mezzorco scrutò Roy Flower dal vetro, indugiando più del dovuto sulla sua bella pelliccia, e poi diede un possente schiaffo alla carrozza facendola sobbalzare, in segno di beneplacito. Il cocchiere serrò a fatica le labbra, tanto gli premeva di cantargliele, e si limitò a consegnare un sacchetto di monete sonanti.

Frettolosamente, prima che la somma elargita potesse indispettirli, diede un colpetto ai cavalli e riprese la sua corsa. Quando furono soli, infine, si sfogò sbraitando e imprecando a perdifiato. Roy Flower aprì il finestrino per scambiare due chiacchiere con lui.

«Non devi prendertela, Gill. Sai come sono fatti.»

«Signore… faccio questa strada da trent’anni, mi capisce? Trent’anni! E ogni volta, la trovo peggio di come l’ho lasciata. Mi dispiace, ma non riesco ad accettarlo.»

Roy Flower si diede un’occhiata intorno, scrutando in lontananza un altro gruppetto di Mezzorchi che trasportavano per la gola cadaveri di cervi scuoiati. Per un attimo, si chiese se avessero udito le parolacce che Gill aveva rivolto loro, ma una certa indifferenza gli suggerì d’essere totalmente al sicuro, lontano da orecchie indiscrete. Allora, rispose al cocchiere.

«Se Tals l’ha accettato» disse «è perché non ha a cuore la salvaguardia delle proprie terre. A Zafaran i Mezzorchi non possono comportarsi in questo modo, lo sai.»

«E così era a Tals quando c’erano i Moor, signore. Credetemi, io ci vivevo» esclamò Gill, continuando a tirar dritto. «Da quando la vecchia Signoria è caduta, l’Ovest di Tals è diventato un porcile, e Talshill il suo connivente fattore.»

«Già… quella è una brutta storia» convenne Flower, che poi richiuse il finestrino continuando a osservare i Mezzorchi lungo la strada.

Dopo qualche ora, il sentiero pendette finalmente verso il basso, segno che Bayville non era lontana. Flower rivolse il suo sguardo ai primi tetti innevati che riusciva a scorgere oltre la foresta, e poi alle acque agitate delle Baie sullo sfondo, tanto invidiate da tutto il Continente. Mancava sul posto da circa tre mesi, ed era in anticipo di una settimana rispetto agli accordi pattuiti. Durante l’ultima visita ufficiale, dopo aver incontrato il suo corrispettivo e concluso efficientemente l’affare, s’era concesso qualche giorno in città girandola in lungo e in largo: aveva passeggiato tra i viottoli pavimentati, comperato nei negozi di oggettistica d’argilla, parlato con le persone, mangiato alla loro mensa, e aveva promesso aiuti economici a chi glieli aveva elemosinati, offrendosi di far da portavoce verso le autorità politiche.

La gente stravedeva per lui, e lui stravedeva per la gente.

Ciò nonostante, aveva ricevuto da Bayville anche una brutta sorpresa: il vecchio palazzo dei Moor occupato grettamente da alcuni Mezzorchi.

«Si tratta dell’ennesima resa, dell’ennesima sconfitta di Tals di fronte alla loro prepotenza», lamentava un anziano oste mentre gli versava della birra, e come lui buona parte delle persone comuni s’interrogava sul futuro delle Baie se, presto o tardi, quelle rozze creature fossero penetrate ancor più all’interno della cittadina, prendendone il comando.

Roy ci aveva pensato per tutti i mesi seguenti, rimuginando spesso sulla disdicevole condizione di quell’edificio tanto antico e significativo, ma preferiva fingere di volersi occupare solo ed esclusivamente degli affari, sottraendosi alla vista di uno scenario meschino.

In realtà, alla sera, dopo essersi assicurato che il carico di acqua delle Baie partisse per Zafaran, lasciò a Gill un turno di riposo, ringraziandolo per la disponibilità, e s’incamminò tutto solo per le strade della città. Qualcuno lo riconobbe, malgrado fosse imbacuccato, e porse i suoi doverosi omaggi come si devono a un ambasciatore straniero, ma nessuno lo identificò davvero.

La verità, celata sotto i loro occhi, custodiva a stento un animo indomito.

Arrivò dinanzi al vecchio palazzo dei Moor. Dall’interno, poteva udire le rauche voci degli ospiti ridacchiare, e il tintinnio violento dei rebbi sbattere contro i piatti sottostanti per infilzare le pietanze. Aspettò fino a quando il chiasso non fu cessato, e poi si tolse la pelliccia d’orso e il colbacco.

Non temeva il freddo, né il buio della notte.

Sopra di lui, c’era la luna piena.

continua…

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Questo racconto si compone di due parti.

L’autore

Daniele Lombardi (1995) ha studiato sceneggiatura per fumetto presso la Creativart School di Aversa. Dopo aver partecipato alla Masterclass di regia e scrittura cinematografica del Giffoni Film Festival, ha pubblicato i suoi primi racconti in antologie indipendenti e in collaborazione con Shockdom. Nel 2019 ha pubblicato con Resh Stories il suo primo romanzo, The Blackest Island, e attualmente si occupa di scrittura e sceneggiatura per diverse realtà editoriali.

L’illustratore

Giuseppe Lenzone (1994) è illustratore e fumettista. Vive e studia a Bologna, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Lavora come freelance e ha collaborato con il sito di informazione Vice, STORMI e con la ONG GUS ( Gruppo Umana Solidarietà ) raccontando storie di Integrazione sociale e diritti umani.